I miei passi nei borghi del terremoto

A febbraio progettavo ancora un viaggio in Canada per luglio. Invece, dopo tutto quello che è successo, questa è stata l’estate dei Monti Sibillini. Non c’ero mai stato e sono contento di averli scoperti: incantevoli, maestosi, selvaggi. Il cuore verde al centro dell’Italia. Poco abitato, ma ancora meno abitato dopo il terremoto del 2016.

Però non mi aspettavo ciò che ho visto: paesi distrutti come se li avessero bombardati ieri; le unità dell’esercito ancora presenti; i centri abitati dove è rimasto poco o niente, forse solo un filo di speranza; appena fuori i prefabbricati dove oggi vive la gente, in un tentativo di replica che non potrà mai aver successo – SAE, si chiamano nel linguaggio della burocrazia, Soluzioni abitative di emergenza, un’emergenza che tra tutti sembra il fatto più tenace.

Sì, ho visto, anche molto altro, che invece ha a che fare con la bellezza dei luoghi: ma è questo che voglio raccontare, conferma di ciò che in teoria è un pezzo che sostengo: i passi del viaggio lento riaccendono l’attenzione che si perde una volta che si spengono le telecamere – perché i media non tornano e raccontano l’Umbria, le Marche oggi? I passi, ancora, sono testimonianza e assunzione di responsabilità: la firma di un patto con i luoghi che attraversano, a maggior ragione se questi sono i luoghi.

Sono contento di aver percorso questi sentieri; di aver comprato le lenticchie di Castelluccio e aver visitato il museo della Sibilla a Montemonaco; più che contento di aver passato diversi giorni in un agriturismo la cui sala ristorante è stata ricostruita a qualche decina di metri – e dove ho mangiato splendidamente, prendendo ancora più chili.

Sono contento di testimoniare ora e di dirvi: ci sono cammini da fare per molti buoni motivi, sui Monti Sibillini.