Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Pietraporciana, pensare che non la conoscevo

 

pietra

Una vita che giri per la tua Toscana, potresti presumere di conoscerla, non dico come le tue tasche, ma insomma. Poi un giorno ti arriva un invito per un incontro in una riserva naturale. Pietraporciana? Suona bene, suona antico, ma non ti dice nulla. Meno male che ci sono il calore e la simpatia di chi ti invita, sa aprire la strada alla curiosità, che comunque non manca mai. Allo stesso modo del tuo Ambasciatore delle foreste, figurarsi se George Perkins Marsh si tira indietro.

Domenica d’agosto, un caldo boia, in autostrada è giorno di rientro. Devi uscire all’ultimo casello prima dell’Umbria e di lì, boh, non è chiaro, anche il navigatore stenta a raccapezzarsi. Finalmente imbocchi una strada bianca, si levano nuvole di polvere, ma non sei più distante. 

E ci sei: riserva naturale di Pietraporciana. Ad accoglierti un covone di fieno, con un fazzoletto dell’Anpi in bella vista, perché questo – scoprirai tra poco – è luogo di dure battaglie contro i nazi-fascisti, luogo di memoria e di morti che non possono essere dimenticati. 

Pochi passi ed ecco il podere, grande e squadrato, una macchia di rosa nel mare verde del bosco. Generazioni e generazioni di mezzadri lo hanno abitato, nel Novecento – apprendi – è stata proprietà della famiglia Origo, nobiltà toscana e anglosassone che si è intrecciata in una storia rara di cultura e idee liberali: scopritene di più, cercate in rete Iris Origo o villa La Foce.

Sul finire dello scorso secolo gli Origo fecero dono di questa struttura, che oggi è stata ristrutturata e data in gestione al circolo di Legambiente della zona. Ci sono un ostello gradevole e ben curato, un punto ristoro con i prodotti a km zero, un laboratorio per la didattica ambientale, una minuscola biblioteca della memoria. Si organizzano corsi ed escursioni nella splendida faggeta intorno. 

Che posto che è, e non ne avevi mai sentito parlare. Prima dell’incontro Luciana e Gaetano ti accompagnano per il sentiero che sale fino a una vista da urlo, di qua la Val di Chiana, di là la Valdorcia e il Monte Amiata. Dopo l’incontro – l’Ambasciatore si è trovato così bene che non finivi più di parlare – hai cenato e ti è sembrato di stare a casa, magari mangiando un po’ meglio che a casa.

E mentre pensavi che non finisci di scoprire un’Italia migliore di cui sapevi poco o nulla, ecco, sei già a intrecciare parole su idee e progetti. Un cammino etrusco, per esempio: non potrà che passare di qui. Le tombe antiche, l’ospitalità di oggi, cosa volere di più. 


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Conoscersi e ritrovarsi a Perlamora

perlamora

Sì, la stanchezza è tanta dopo notti in cui lo scirocco ha rubato il sonno, ma male che vada per un po’ mi affrancherò dal terribile bollore della notte fiorentina.

Sembra strano un festival di cultura in un posto così, buono per i tedeschi o per gli inglesi che sanno cosa scegliere per le loro vacanze tra le colline toscane: borghi d’arte e piscina, campagna e cantine. Ma chi ci sarà mai per parlare di passi e parole, in una serata così, in un posto così?

Perlamora, tra Valdarno e Chianti, un posto da scoprire. Centro culturale storico agricolo, così si definisce sul suo sito: e già questo fa capire che non si tratta del solito splendido agriturismo. Benché certo, se volete tranquillità, ospitalità, buona tavola, qui la troverete.

Ma Perlamora da undici anni è anche un bel festival che si sgrana per tutta l’estate fino all’autunno, con tante idee e tanti ospiti: diversi li ho incontrati in altri festival – perché a un certo punto succede che ti metti a viaggiare di festival in festival e  in questo modo scopri un’altra Italia – alcuni sono anche amici.

Perlamora, tra le altre cose, è questo incredibile anfiteatro  che ha per quinte il Valdarno e il Pratomagno. Grande, ma non troppo da sentirsi come tra persone che si conoscono, a chiacchierare su un prato in una notte d’estate. La brezza accarezza i discorsi e sembra  li porti lontano.

Questa sera si parla del mio Tre uomini a piedi (Ediciclo), ma è evidente che sarà solo un pretesto per parlare di cammini e camminatori. Perché i camminatori sono di tanti tipi e cercano risposte diverse dai loro passi.

E dunque dopo Giorgio Torricelli che ci introduce e ci consegna alle domande della bravissima Giulia Rafanelli – giornalista e social web editor – ci sono Oliviero Buccianti e Daniele Raspini. E’ evidente che loro sono più bravi a camminare di me, che io dei tre sono il pigro, la spina, il mangialasagne. Ma è altrettanto evidente che la passione è comune, che i valori sono gli stessi: perché camminare vuol dire ascoltarsi e ascoltare, vuol dire incontrare, vuol dire rispettare e immergersi in una vita più larga.

Tutti e tre, scopriamo, abbiamo convertito i passi in percorsi di creatività: si tratti delle narrazioni di Oliviero oppure delle fotografie di Daniele. Tutti e tre – e speriamo non solo noi – ci sentiamo come a casa in questa serata.

E quasi mi commuovo quando dal pubblico un volontario del Cai parla di chi si mette in cammino con la vernice bianca e rossa in modo da tenere i sentieri segnati per tutti. O quando una signora si alza per dire: “In fondo state parlando di tempo, state parlando di umanità”.

Ecco proprio così…. E incredibile, tutto questo in poche ore a Perlamora. Succede in serate così, in cui non vorresti non andare più via perché nel giro di poco sono venuti allo scoperto i fili che già richiamano il sentimento dell’amicizia.

A fine incontro sul tavolo c’è  una bottiglia di buon vino, predisposta per altre chiacchiere. E che peccato tocca partire, tocca ritornare alla notte bollente di Firenze. Confidando in altre sere così….

 


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Nel “borgo salotto” scopri ciò che conta

castelmuzio

Poi un tardo pomeriggio d’estate arrivi in uno splendido borgo della tua Toscana, che in tutta la tua vita non hai mai visto: e di questo provi una certa vergogna. Si chiama Castelmuzio, non è distante da posti che dove in questi mesi hai fatto incontri e presentazioni, ma ti colpisce e comprendi subito perché lo chiamino “borgo salotto”.

Mica solo per la piazzetta, dove è una meraviglia starsene seduti, bere o mangiare qualcosa, conversare in un tempo che è diverso. Ma per le strade che sono quelle di una volta e ancora di più per le persone che questo posto lo animano con iniziative e passione. Castelmuzio è un luogo dell’anima, mi dice una di loro, Stella. Capisci subito che non è una frase da depliant turistico.

L’incontro sarà su due miei libri di cammino – Tre uomini a piedi e Per le Foreste Sacre – in cui non staccandomi dalla mia Toscana in realtà ho percepito il senso della lontananza. Ma i libri sono un pretesto, in realtà, per parlare di cose importanti, insieme a Federico Minghi, straordinario interlocutore: il senso del viaggio, l’ascolto interiore, la possibilità di ritrovarsi e nello stesso tempo di ritrovare luoghi e storie, la bellezza che è cultura che viene da lontano, il patto di responsabilità che si stringe con i posti che attraversiamo, e tanto, tanto ancora.

E mentre sei in mezzo delle tue parole scopri che in realtà non stai dicendo niente che le persone che ti ascoltano non sapessero già. E che, per di più, non stiano già mettendo in pratica. Questo incontro non è per spiegare o rivelare qualcosa, ma per riconoscersi e cominciare un pezzo di strada insieme.

Poco prima, due passi per raggiungere una splendida terrazza belvedere, risistemata insieme da cittadini e imprenditori. Da imparare a memoria cosa dice il cartello. Racconta di un luogo voluto e creato da chi crede nei valori della partecipazione, della cura, delle comunità che sanno scuotersi dall’apatia. Di un luogo fatto apposta per trovarsi, per parlare, per tacere, per pensare, per perdere lo sguardo…

Così non sai più se parlare o tacere… Una sola certezza, ancora una volta hai trovato un lembo di Italia migliore di quanto si sappia e si dica. E forse non provi più sorpresa – oramai lo sai – avverto solo un senso di gratitudine.