Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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In Casentino con Libra, la buona Italia

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Poi si finisce con Franco Arminio che invita tutti a cantare Azzurro e di seguito una canzone dei nostri monti, solo che non ne viene in mente una e questo è un po’ scoraggiante, qualcuno azzarda Romagna mia, meno male che qualcuno che balza fuori con Maremma amara.

Franco va avanti sornione, si vede che prova gusto a coltivare i suoi lettori come un’orchestra scombinata. Ha appena spiegato che andare a visitare un paese, ascoltare i suoi vecchi, è uno degli atti più rivoluzionari che si possa fare. Ora fa cantare a tutti Bella Ciao, e la cosa non riesce male, mentre dal banco accanto iniziano a far circolare castagne e vin brulé.  

Ecco, è finita così Libra, il festival del libro del Casentino, che è una di quelle piccole grandi cose che allargano il cuore, una manifestazione vera, non calata dall’alto, architettata da sponsor e soggetti in cerca di visibilità. Vien quasi da sperare che non cresca più o cresca solo poco a poco, perché rimanga fedele a se stessa, basta già così. 

Libra porta i libri su in montagna, fa sì che si respiri profumo di carta e di bosco. Sa coinvolgere autori di grande peso – quest’anno tra gli altri Marco Aime, Bruno Arpaia e Franco Arminio, appunto – eppure vale soprattutto per la sua capacità di animare una minuscola comunità che tale si sente. Permette di ragionare di crinali e frontiere, di montagne e viaggi che abbracciano il mondo, di territorio e futuro, però poi non disdegna il sentiero da fare insieme, la notte trascorsa a chiacchiera o a riposare in canonica, i tortelli alla piastra e le grappe.

Io ci sono stato, per il terzo anno di seguito. Di mio ho portato una domenica mattina in cammino su fino a La Verna, con la storia di George Perkins Marsh, il mio ambasciatore delle foreste. Ma molto di più è ciò che mi sono portato indietro. I  ricordi – impastati già dalla malinconia per ciò che ci portiamo alle spalle – si mescolano: il dialetto romagnolo di un poeta anarchico che pare un aedo dell’Appenino o un mistico della libertà, uno sciamano della musica in grado di tirare fuori suoni da ogni cosa per catturare le anime, una formidabile lezione di antropologia sotto alberi che dondolavano alla brezza, i lucciconi improvvisi per i curdi massacrati da Erdogan, le acrobazie delle parole e dei bicchieri.

Ho ascoltato, ho detto qualcosa. Ho conosciuto persone che arrivavano dal lontano, le ho lasciate con l’idea di rivederle. Ho seminato qualche idea, qualche progetto che chissà se vedrà la luce. Per altri progetti sono stato campo che spero fertile. Andandomene ho abbracciato Paolo Vachino, il direttore artistico, Mattia Speranza e gli altri amici della cooperativa InQuiete che sono riusciti a combinare tutto questo. 

Sono riusciti a convincermi, l’Italia è un po’ meglio di quella dei miei giorni di pianura.  Sarà bello ritrovarli l’anno prossimo. 


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Emozioni di parole e musica al lago Scaffaiolo

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Sulle copertine di entrambi c’è un uomo solo in cammino: certo non la sola caratteristica che accomuna L’ambasciatore delle foreste del sottoscritto con Santiago dell’amico Giuseppe Leo Leonelli. In entrambi i libri ci sono sentieri, boschi, parole che arrivano dal cuore e silenzi. Però camminare è ascoltarsi dentro, ma anche incontrare. E così eccoci in un bel fine settimana di agosto, a salire insieme per l’Appennino, eccoci a seguire il crinale tra Toscana ed Emilia fino a quella meraviglia che è il lago Scaffaiolo.

Perché anche un posto dove ci si arriva solo con le proprie gambe, un rifugio dove la vita a valle sembra di un’altra pianeta, anche questo può essere un posto per dardi appuntamento. Buono per condividere il piacere della conversazione intelligente e garbata – altro che techno music pompata in spiaggia – e addirittura per raccontare libri, per ascoltare parole e musica dal vivo.

E allora quante emozioni, lassù sul lago Scaffaiolo: l’abbraccio di Antonio e Mirco che gestiscono il rifugio  – intitolato al Duca degli Abruzzi, il primo dell’Appennino Tosco-Emiliano, da qualche anno ben ristrutturato – e le nostre letture affidate all’ultima luce del giorno. L’odore del ragù per la polenta e la musica fantastica degli Angus McOg, che sembra vengano dal Canada e invece sono di Carpi, la loro musica invece appartiene al mondo. Il lago che è uno specchio per le nuvole – sarà un quadro di Monet o di Turner? – e l’aria frizzante della sera per gli ultimi passi del giorno. 

 

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Arrivare a un rifugio, liberarsi dello zaino, respirare forte e sedersi su una panca: c’è niente di più bello? Forse sì, se ci aggiungete anche una canzone, una pagina di un libro, una birra….

E se fosse lassù, sulle cime dell’Appennino, la giusta atmosfera per i nostri libri, per la nostra musica? Per tornare migliori e più contenti alle nostre città?

Ps: quanti ragazzi, quante ragazze, per i sentieri e nelle tende che a sera si sono disposte sulle sponde del lago. Tribù giovane di muscoli indolenziti, parole sussurrate, sguardi scoccati alle prime stelle, tribù che mi fa ben sperare. 

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