Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Metti un festival come Libra

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Ci sono festival che mi dispiace chiamare festival, perché insomma,  i festival mi viene da classificarli sotto la voce eventi. Buoni o cattivi che siano, richiamano sempre un palcoscenico e un sipario che si apre e poi si chiude. Ci sono gli autori che parlano dei loro libri, gli artisti che si esibiscono, i presentatori e i moderatori che fanno il loro mestiere,  mentre tutti gli altri sono solo un biglietto, un posto in sala, un applauso o un mugugno.

Poi ci sono i festival che, appunto mi dispiace chiamare festival, anche se non saprei chiamarli altrimenti. Comunque sono un’altra cosa: perché ciò che conta è che alimentano una comunità di persone. Poche o tante che siano, si danno appuntamento e  ritrovandosi ritrovano anche il senso di un luogo e di un’appartenenza.

Ecco, è quello che ho sentito anche quest’anno al Libra, il festival del libro del Casentino. Quasi una provocazione, Libra: che in Casentino, di per sé un posto a parte, rifugge i luoghi più noti e accessibili, per esempio Poppi e Bibbiena, per puntare ai crinali, ai mulini e ai rifugi, ai borghi più remoti. E qui sa proporre autori che hanno molto da dire, ragionamenti di cui abbiamo bisogno come il pane, esperienze che sembrano in grado di restituirci a noi stessi.

Sono felice di aver partecipato alla seconda giornata, in programma a Corezzo, nella splendida e dimenticata Valle Santa.

E così ho camminato per quasi tre ore insieme a tanti che non conoscevo e che pure era come avessi incontrato tante altre volte:  e con loro ho condiviso frasi di Henry David Thoreau e un lungo silenzio che è suonato come un miracolo.

Ho provato gratitudine per quanto stanno facendo gli amici della Cooperativa InQuiete, insieme a un piccolo comune come Chiusi della Verna. Ho ritrovato l’odore delle caldarroste e salutato il tramonto con una birra. Ho chiacchierato di sogni e di mappe, ma soprattutto ho ascoltato. Per esempio le parole sagge di un autore come Claudio Morandini – ricordate Neve, cane, piede ?- che per essere presente è partito all’alba dalla Val d’Aosta e cambiato cinque treni. Ho conversato fitto con un amico e un ottimo scrittore come Michele Marziani, che di Libra è il direttore artistico. La lingua sciolta dal vino, ho condiviso, idee, progetti, possibilità: e vai a sapere se qualcosa non avrà gambe per camminare.

Ho gioito ritrovando amici quali Claudio Jaccarino e Paolo Vachino, con i loro acquerelli poetici. Ho abusato di tortello alla piastra e di salsicce alla griglia. Nella incredibile struttura in legno gestita dalla Pro Loco – evidentemente avvezza a questo e a ben altro – ho goduto di uno straordinario di un gruppo che sui chiamava Fireplaces – folk roots rock dal Veneto, recitava il programma – e incredibile, ha finito anch’io per ballare – non succedeva da 20 anni.

Ci sono festival che dispiace chiamare festival. Sono quelli che poi riporti a casa qualcosa, che sta a metà strada tra la nostalgia e la promessa.

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Tre uomini in compagnia di una collana

 

Beh, tra qualche giorno cominceranno le presentazioni: e allora i Tre uomini a piedi non saranno più soli, ci saranno altri a fargli compagnia per un pezzo di strada, fosse anche solo per un’oretta di chiacchiere. E poca importa cosa avranno per la testa, una volta che saluteranno e si incammineranno verso casa.

Così tra qualche giorno. Però è da un po’ che mi gira per la testa un altro pensiero. Questo libro non è orfano, nasce in una famiglia, che per un libro si chiama collana.

Sono belle le collane: sono un modo di dare un ordine e un senso al profluvio di carta e inchiostro; rispettano il carattere individuale di un’opera, ma allo stesso tempo stabiliscono una relazione, una corrispondenza, un terreno comune in cui riconoscersi; sono un discorso che non si tronca all’improvviso, ma aggiunge qualcosa di nuovo.

Tre uomini a piedi ha trovato posto nella famiglia, pardon nella collana, che si chiama Battiti: ovvero la collana di narrativa di Ediciclo. Se volete saperne di più qui c’è un bel booktrailer. Ma per quanto mi riguarda a me basta scorrere l’elenco dei volumi già usciti, in fondo al mio libro.

(è una cosa che mi piace e che cerco in tutte le collane che mi piacciono, di tutti gli editori che mi piacciono: prima un’occhiata alla quarta, poi via a scorrere i volumi già usciti e che forse un giorno troveranno posto nella mia libreria).

E dunque Battiti: dove figurano già autori come Mauro Colombo, Michele Marziani, Roberto Piumini, Franco Quercioli, Francesco Savio, Antonio Gurrado, Paolo Nori, Francesco Ricci: e dico poco…

Romanzi che raccontano le storie di Gino Bartali e di Fausto Coppi, di Marco Pantani e di Diego Maradona. Che tornano indietro nell’Italia di altri tempi o raccontano una città – per esempio Bologna – con sguardo stravagante. Che inseguono il sogno di un ragazzo che vuole diventare campione o schiudono una via di uscita a un perdente che sembra condannato per l’eternità.

Ora è come se questi libri lasciassero uno spazietto nello scaffale dove riposano. O come se i loro autori si stringessero per farmi posto. Aggiungi un posto a tavola. E io non mi lascio pregare.

Con una certa titubanza, visto gli autori che mi trovo accanto. Cercherò di comportarmi bene. Intanto ringrazio e mi siedo.

Ps: tra le cose che riconoscono una famiglia non c’è mai solo un cognome. In questo caso mi piace ricordarne almeno una: le copertine di Riccardo Guasco.

 

 

 

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