Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


3 commenti

Il colibrì, il fuoco e le mie librerie

libri

Vedete, un pensiero, l’ultimo su questo blog per il 2018, lo voglio dedicare ai librai. In particolare ai librai delle piccole librerie indipendenti che, malgrado tutto, ancora esistono e resistono in Italia.

Diversi di loro ho avuto modo di conoscerli di persona in occasione di qualche incontro, altri sono solo un nome, una presenza sui social, un’insegna che riesce comunque a rassicurarmi.  Mi auguro di conoscerli di persona: e di persona vorrà dire entrare nella loro libreria, considerare le loro vetrine, i libri che scelgono, le idee e le passioni che li animano.

Ho nascosto in uno dei cassetti dei miei sogni l’idea di fare il libraio. Ogni tanto spunta fuori e la ricaccio dentro, con tutto l’immaginario che ci ho costruito intorno e che di tanto in tanto mi viene aizzato contro da qualche titolo – tipo Vita da libraio di Shaun Bythell, per intendersi.  Per fortuna, mi viene da dire, oltre alle competenze mi manca il coraggio: una mia libreria è come un altrove da non disturbare con un viaggio vero.

Però le librerie restano i posti dove più di tutti mi sento a casa.  I miei amici, certo, potrebbero aggiungere: anche i pub. E dovrei dare loro ragione.  In effetti c’è qualcosa che unisce i pub e le librerie e che va oltre il boccale e il libro: ovvero la possibilità di intrecciare conversazioni e in questo modo di sentirsi parte di una comunità.

Con la mia particolare fissazione per i libri che parlano di libri, ecco, ho appena finito di rileggere 84 Charing Cross di Helene Hanff. Sono pagine magnifiche, che raccontano della relazione di anni e anni tra una lettrice americana e un libraio di Londra. Persino a distanza e con i libri inviati per posta: eppure niente a che vedere con Amazon,  perché con Amazon non ci sarebbe stato niente di tutto questo, a parte i libri infilati in una busta, tutto sommato il meno.

E quella era una relazione a distanza, figurarsi se avete la fortuna di una libreria vicino. Io sono tra quei fortunati: ci passo davanti due volte al giorno, quando vado e torno dal lavoro. Talvolta mi fermo per scambiare due parole e qualche consiglio. A volte un titolo che suggerisco io, più spesso, ovvio, un titolo che mi viene suggerito.  Succede che qualcosa venga fuori da una conversazione a cui tendo l’orecchio o da qualche altro lettore.

Come l’altro giorno, in cui il mio spacciatore di libri sotto casa stava chiacchierando con un ragazzo proponendogli un autore di cui non avevo mai intercettato nemmeno il nome: Laurent Mauvignier. Potente, diceva, un pugno nello stomaco, ma davvero bello.  Chiaro che non sono tornato a casa senza un suo libro: Storia di un oblio. Poco più di sessanta pagine: le ho fulminate la sera stessa, ho incassato il pugno allo stomaco e sono ancora qui che ci rimugino contento.

Il fatto è che scrivo tutto questo con la stessa malinconia che mi prende quando un collega a cui voglio bene va in pensione o quando uno scrittore che amo – oggi dico e per un pezzo dirò: Amos Oz – ci lascia e lasciandoci ci sottrae la speranza di leggerlo ancora.

In questi ultimi giorni dell’anno si tirano le somme e spesso in questo modo si tirano giù anche i bandoni. Così conto già quattro librerie che tra il 25 dicembre e il primo gennaio hanno deciso di chiudere. Tra di esse librerie che conosco e librerie di cui ho solo avuto notizia: immagino, temo, che saranno di più. Per ognuna di esse mi sembra non solo di essere anch’io un po’ più povero. Di più, è come se io stesso fossi chiamato in causa con le parole di John Donne: e perciò non chiederti per chi suona la campana. Suona per te.

Addirittura, direte voi. Beh, ognuno ha le sue battaglie, piccole e grandi che siano. Io penso che una città senza librerie sia una iattura, che un quartiere senza librerie sia comunque periferia. Penso anche che sostenere librerie, riempirle di lettori, sia una via per costruire una società migliore. O per lo meno per procedere in quella direzione. Un po’ come la storia del colibrì che di fronte all’incendio provava a spengerlo portando gocce d’acqua: faccio quel che posso, diceva a chi lo irrideva.

Sì, è questo: lascerò ai librai il mestiere da librai e piuttosto farò il colibrì. Ogni libro comprato in libreria una goccia d’acqua. Non male comunque se i colibrì saranno tanti, tutti convinti che, solo per dirne una, un libro al supermercato non è la stessa cosa.

Figurarsi che non sono nemmeno pessimista. L’umanità – sosteneva il grande Umberto Eco –  è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso.

Di questo sono convinto. Il libro come la ruota, inventate voi qualcosa di meglio. Se proprio volete provateci anche con la libreria.

 

Ps: la mia libreria sotto casa è L’Ora Blu di Firenze. Un giorno però mi piacerebbe fissare su una carta di Italia tutte le librerie che conosco e che amo: per ognuna una puntina da disegno e un pensiero.

 

 

 

 


Lascia un commento

Ne è valsa la pena, per quel segnalibro

segnalibro

Per cosa ne è valsa la pena?

Comincio a scrivere. Per una libreria che, a dispetto del nome, esiste davvero e ora saprei persino rintracciare su una carta: Atlantide. Per una cittadina come Castel San Pietro, dove succede che diverse persone decidano di cenare alla svelta e uscire di casa per sentir parlare di libri e di montagna: dal sottoscritto, poi. Per Paolo Casadio, lo scrittore che mi ha presentato, subito classificato come potenziale complice di chissà quali imprese. Per questi bravi librai il cui scaffale dei consigli è una meraviglia. Bravi anche perché alla fine mi hanno salutato con una torta di castagne e – udite, udite – con un bicchiere di cagnina – era un pezzo che non ne avevo il piacere.

Beh, anche solo per questo ne è valsa la pena, partire da Firenze nell’ora degli ingorghi, sfidare i Tir in autostrada, mettere in gioco un venerdì sera – non che avessi chissà quali alternative. Anche solo per questo.

Però soprattutto per un segnalibro. Sono passati già alcuni giorni e ancora ci penso e pensandoci mi regalo una sorta di leggerezza. È bello e mette di buon umore con i suoi colori pastello, ma soprattutto spiega una cosa importante. Perché scegliere una libreria indipendente?

Sul retro ci sono diversi buoni motivi, ognuno dei quali per me sufficiente. Perché voglio che il tessuto urbano della mia città resti vivo e animato. Perché così sostengo un’attività locale indipendente che crea lavoro sul territorio. Perché una libreria è un bel luogo da frequentare…. E via di questo passo, a dimostrazione che una libreria non è affatto solo un luogo dove si vendono i libri, ma qualcosa che può cambiare la qualità di vita di un quartiere o di una cittadina.

Però c’è una cosa ancora più bella: questo segnalibro, mi hanno spiegato, non è solo di Atlantide, è il prodotto di una rete di librerie indipendenti che, nata come comunità su Facebook, in questo modo ha battuto un primo colpo.

La parola rete mi piace immensamente: e forse esagero, non è che sia la formula magica. Però vorrei davvero che si mettessero in rete librerie, gruppi di lettura, associazioni culturali e di promozione del territorio, amici dei cammini e della montagna, insomma tutti coloro che in questo modo rendono il nostro paese un po’ migliore o, almeno, fanno sì che non peggiori di più.

Mi piacciono soprattutto le librerie. Sarà che mi ci trovo bene, sarà che è assai di più quanto mi danno che quanto da me pretendono, malgrado i miei acquisti compulsivi. Sarà che voglio bene ai librai e al loro fianco mi sento come il Sancho Panza al fianco del Don Chisciotte di turno, alle prese con i mulini a vento. Sarà che almeno loro ci sono.


Lascia un commento

Portando in giro il sogno delle mappe

“Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin.

Ci sono i mappamondi su cui ancora oggi i bambini sognano e ci sono i sogni che le mappe dei sentieri alimentano in ogni camminatore, non importa di quale età. Ci sono gli antichi atlanti di un mondo che attendeva di essere scoperto e ci sono le carte che ancora oggi accompagnano il viaggiatore, nell’epoca dei Gps e e di Google Earth.

Malgrado le tecnologie digitali e una geografia di cui si vorrebbe fare a meno continuano a sedurre, emozionare, narrare.

Le mappe sono la nostra isola del tesoro, e in esse è ancora possibile ritrovare noi stessi e i nostri viaggi. Io ho provato a raccontarle in questo mio piccolo libro – Il sogno delle mappe – uscito in queste settimane per la Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.

Ricomincio a girare l’Italia, in molte librerie. Per parlare insieme di mappe e dei loro sogni.

meister

 

 


Lascia un commento

Tra viaggiatori parlando del viaggio sotto casa

avventure

Ci sono librerie dove ogni angolo è una porta sul mondo, un mazzo di possibilità, un sogno da coltivare o un biglietto da staccare. In una ci sono capitato in questi giorni, ulteriore tappa di questo mio viaggio nel viaggio, di questo viaggio dopo il viaggio che si è fatto libro.

Libreria di Avventure nel Mondo, a Roma, a pochi passi dal Tevere. Entri e ti viene da pensare che anche questo posto è un fiume, un fiume di parole, che scorrono e vanno verso il mare che contiene tutti i luoghi segnati sugli atlanti, i nomi che possono farsi destinazione, gli altrove che non basterà una vita ad abbracciare.

Pensi questo e poi pensi anche che questa libreria non è solo una libreria, o meglio, è ciò che dovrebbe essere una libreria, soprattutto una libreria di viaggio, un porto di mare dove si attracca e ci si prepara a nuove partenze, un caminetto dove ci si lascia andare ed è bello raccontarsi le storie. Un posto dove ci si ritrova e ci si riconosce.

Con tutto questo, figurarsi, questa volta sono entrato con qualche imbarazzo. In questo covo di grandi viaggiatori, che ci faccio io? E con tutti questi titoli intorno, che portano in Patagonia oppure in Borneo, che cosa c’entra un libro come Tre uomini a piedi? Un viaggio che è solo 35 minuti di treno per scavalcare l’Appennino e scendere a Bologna, quindi cinque giorni per tornare a casa a piedi, un viaggio che inizia solo per farsi ritorno.

Vai a sapere se ci sarà qualcuno e se quel qualcuno piuttosto non avrà per la testa una spedizione nei parchi della Namibia o per le isole Andamane.

Poi ti accoglie Flavia, la bravissima libraia che non te lo dice, ma pare proprio che faccia il lavoro più bello della terra e che ne sia convinta, malgrado tutto. Accanto alla cassa ha sistemato guide e mappe della Via degli Dei. Poi ti accompagna allo scaffale dove molti altri cammini della nostra splendida Italia aspettano me, aspettano te. Diversi sono libri di persone che conosco: com’è che in posti così si finisce per scoprire i sottili fili dell’amicizia?

Rinfrancato mi metto a sedere. Non ho portato foto da mostrare, è giusto lasciarle a chi scala le Ande o si tuffa tra i coralli dei mari australiani. Sorrido: ma sapete com’è che siamo partiti per questo viaggio? Ora ve lo spiego…

E comincio con la storia di un pub sotto casa e di amici che si sono consumati le dita a forza di girare un mappamondo. Al mio sorriso rispondono altri sorrisi.

Incredibile, in questa libreria mi sento a casa. In questa libreria che è come il mondo.


Lascia un commento

Il futuro si fa strada: con i libri e i passi

pontederaE dunque ogni tanto i Tre uomini a piedi trovano il modo di abbandonare l’Appennino e tentare i loro passi verso città che magari non associamo a cammini. Le montagne sono profili distanti, così è facile immaginare che intorno ci siano solo la piana attraversata da autostrada e ferrovia, stabilimenti industriali, zone ai margini che non sono più città e non sono più campagna.  Tranne scoprire, naturalmente, che anche in questi dintorni ci sono splendide possibilità di cammino: magari lungo i fiumi e le aree umide, magari sulle colline che si allungano fin quasi alle case.

Così finisce la presentazione e devi ammettere, con le ultime chiacchiere: non lo sapevo, la prossima volta dovrò fermarmi di più. Anzi, perché non un intero fine settimana?

Ecco, questo mi è successo ieri sera Pontedera, ospite della bellissima Libreria Roma, un piacere per gli occhi e un esempio per quanti non sono ancora persuasi che una libreria può cambiare la vita di una città, di un quartiere.

C’ero io, a parlare di Tre uomini a piedi e naturalmente anche di Per le foreste sacre, ma insieme a me c’erano anche gli amici di Legambiente Valdera, a presentare il loro programma di escursioni per il 2017. Con le loro parole e le loro diapositive mi hanno portato in tanti luoghi che da Pontedera è facile raggiungere: i torrenti e gli antichi mulini intorno a Vicopisano, la riserva naturale di Berignone, il padule di Bientina, i boschi e gli stagni di San Rossore.

Alla scoperta delle bellezze del territorio che abitiamo. Così è intitolato il loro programma di escursioni. Un modo per camminare e per fare comunità insieme, passo dopo passo. Ma anche un modo per conoscere ciò che ci circonda e per proteggerlo.

I cammini e i camminatori sono anche questo: un modo straordinario di difendere il nostro territorio, standoci dentro. Più potente, credo, di un convegno o di un comunicato stampa – e non che non ce ne sia bisogno.

Il futuro si fa strada, scrivono gli amici di Legambiente. Io la strada la prendo proprio alla lettera.

 

 

 


1 Commento

Ecco, il libro si è messo in cammino

Ci siamo, da oggi Tre uomini a piedi è arrivato in libreria. Che è come dire che è un po’ meno mio e un po’ di più di chi per caso o per scelta se lo troverà sotto gli occhi.

Come ogni volta che un libro esce mi sembra di salutare una nave che ha appena sciolto gli ormeggi e sta facendo manovra per uscire dalle acque del porto. Che sono acque sicure, certo, ma che prima o poi si deve lasciare.

Mi piacciono le metafore che riguardano il mare: gli ormeggi che si sciolgono, le vele che si gonfiano, gli strumenti in plancia di comando per determinare la rotta. Però dato che questo è un libro che parla di cammini e di montagne sarà meglio che usi un’altra metafora.

E allora ecco, è la mattina di un giorno di sole: l’erba è ancora bagnata, l’aria frizzante. Il libro è come uno di noi alle prese con gli ultimi preparativi prima di partire. Una generosa tazza di caffè e pane abbrustolito con la marmellata sopra: la migliore colazione. La carta da ripiegare  – non siamo gente da GPS – e lo zaino da aggiustare sulle spalle.

Un’ultima occhiata alle spalle, perché bisogna sempre congedarsi da ciò che ci si lascia dietro. Poi via, una porta si chiude, il sentiero è già dietro casa.

C’è qualche amico ancora da salutare. Per esempio chi, a Ediciclo, ha lavorato perché il libro diventasse davvero un libro. E forse ci sono anche altri amici, che è più facile trascurare. Per esempio, gli altri autori della collana Battiti: ma su questo devo ancora rifletterci.

Per il resto vedremo. C’è strada davanti. Vedremo con chi.

ediciclo