Il Decamerone e il gruppo di lettura al tempo del virus

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Mi era piaciuta la storia di Ghino di Tacco, il signore di Radicofani famoso per le sue ruberie, che con l’abate di Clichy si era comportato da galantuomo: Elissa l’aveva raccontata proprio bene e io mi c’ero quasi perso dentro. Avevo seguito con attenzione anche Filostrato, che raccontava di Natan, del suo sfarzoso palazzo d’Oriente, dell’invidia che aveva destato e che quasi lo uccideva. Poi con le loro parole Lauretta mi aveva portato a Bologna ed Emilia a Udine, che sono città che amo, tanto che in un passato non troppo distante ci capitavo spesso, peccato che ora sembri un secolo fa. 

È con Fiammetta, credo, che ho cominciato a distrarmi, però non è colpa sua, perché era proprio intrigante la vicenda di messer Neri degli Uberti e del re Carlo d’Angiò. Ora vorrei proprio sapere come è andata a finire, in quello splendido giardino col laghetto dei pesci in mezzo. Peccato che nel bel mezzo mi sono cascate le palpebre. Sarà che ne ho già sentite tante. Ormai quasi cento, una giornata dopo l’altra. 

All’inizio non mi tenevo dall’eccitazione. Questa bella villa tra le colline,  l’allegra brigata di sette ragazze e tre ragazzi che si allietava con i giochi e le parole. Per vedere Firenze bastava affacciarsi al balcone, però  ci si sentiva in un pianeta a parte, dove non poteva succedere quello che succedeva nella città ammorbata dalla peste. E poi c’erano le novelle, ben dieci al giorno. A me non era nemmeno chiesto di raccontarle. Ero l’undicesimo, quello che non prendeva la parola. Stavo bene così, senza penare. Ogni novella come il calore di un camino.

Solo che erano trascorse le settimane e a forza di ascoltare mi era venuta l’uggia. Ero insieme agli altri, ma con i pensieri scivolavo fuori, oltre le mura della villa, scendevo a Firenze, mi aggiravo per le vie e le piazze deserte, nel silenzio rotto solo dai rintocchi delle campane.

Così ho smarrito il filo del racconto e a un certo punto mi sono proprio addormentato. Per questo non ho ascoltato Pampinea,  Filomena e Panfilo: un po’ me ne vergogno.

Per qualche tempo devo aver sognato cose strane, come a volte si fa nel dormiveglia del primo mattino. Certe storie che avevo ascoltato si mescolavano ad altre, le vicende si ingarbugliavano e si scioglievano in modi diversi, i personaggi saltavano da una novella all’altra: e devo dire, non era un brutto sognare.

A un certo punto nel sogno mi è piovuta la voce  di Dioneo – l’ultimo. Qualcosa che aveva a che fare con le prove di fedeltà che il marchese di Saluzzo aveva preteso dalla sua sposa Griselda. E quella parola fedeltà ha cominciato a girarmi nella testa, interrogandomi su ciò a cui anche da riprovevole infedele si può comunque essere fedeli. Le storie, mi sono detto, a questo sono fedele. Me la tengo ancora stretta la curiosità. 

Mi sono svegliato e il sogno non c’era più, anzi, era sparito anche il sogno prima. Non c’era più la villa sopra Firenze, nei giorni della peste, c’era solo lo schermo di un computer. Anche l’allegra brigata era sparita, ma non quei volti in videoconferenza. 

Sì, questo è il mio gruppo di lettura. Quello che da due anni si ritrova dal mio spacciatore preferito, il libraio di quartiere che è una certezza tra  lo stadio e la ferrovia. 

In crisi di astinenza a qualcuno è vento in mente di rileggere insieme le novelle del Decamerone. Cento, appunto. Assai di più sono stati i sospiri, le distrazioni, i fiotti di malinconia. 

 Però così abbiamo fatto primavera. Presto ci ritroveremo in cerchio. E incredibile, ci saranno le storie, ci saranno le parole dei libri, anche dopo il virus.