Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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I treni di Nina sono emozioni

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Erano anni che volevo raccontare una storia per i lettori più piccoli, che li prendesse per mano portandoli nell’epoca più buia dell’Europa e del Novecento: per trattenere la memoria di ciò che è successo, ma senza sottrarre la speranza nel futuro.

Diciamo che era più o meno dai tempi di Una famiglia, il libro che qualche anno fa mi è uscito per Giuntina: la storia di quattro bambini ebrei braccati nell’Italia del nazifascismo, ma anche di una madre, Anna, che prima di finire i suoi giorni ad Auschwitz fu pienamente madre, pienamente umana, nei tempi più disumani.  Con le sue lettere, che prigioniera nel campo di Fossoli riuscì comunque a far pervenire,  seppe sostenere e incoraggiare i suoi figli.

Ho provato a raccontare questa storia con gli occhi del figlio più piccolo, Manuelino, bambino che forse sognava i treni per il mare e che mai avrebbe potuto immaginarsi su quale treno invece era stata fatta salire la mamma.

Non so se ci sono riuscito, ma sono contento di averlo fatto. Oggi, alle Murate, a conclusione di un bellissimo spettacolo di Letizia Fuochi, I treni di Nina (Betti editore) ha cominciato la sua strada. Per una bellissima combinazione – che non riesco a considerare tale – nelle stesse ore Mariano Comense, il paese dove Anna fu arrestata, le dedicava una pietra di inciampo.

No,  non so se ci sono riuscito. Ma valeva la pena anche solo per le emozioni di questa giornata.

Ps: le illustrazioni di Silvia Clemente sono in ogni caso bellissime.

 

 

 

 

In queste pagine, parole e illustrazioni si mescolano per raccontare la storia di una famiglia nel periodo buio delle persecuzioni perpetrate dai nazisti ai danni dei cittadini di origine ebraica. La vicenda, ispirata a fatti e personaggi reali, viene narrata dal punto di vista di Manuele, “Manuelino”, il minore dei quattro figli di Nina, madre coraggiosa che, a seguito della separazione dai suoi piccoli, riuscirà a rimanere in contatto con loro attraverso l’invio di una serie lettere: queste, spesso ridotte a poche frasi, scandiscono il racconto e riaccendono, di volta in volta, le speranze del protagonista di poter recuperare la spensierata felicità dei suoi ricordi di bimbo, improvvisamente oscurata dalla guerra e dai suoi orrori.

 


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E della Polonia voi che ne sapete?

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Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire.

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chisi contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così.

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi,, Fusta editore 2018)

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