Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Tra viaggiatori parlando del viaggio sotto casa

avventure

Ci sono librerie dove ogni angolo è una porta sul mondo, un mazzo di possibilità, un sogno da coltivare o un biglietto da staccare. In una ci sono capitato in questi giorni, ulteriore tappa di questo mio viaggio nel viaggio, di questo viaggio dopo il viaggio che si è fatto libro.

Libreria di Avventure nel Mondo, a Roma, a pochi passi dal Tevere. Entri e ti viene da pensare che anche questo posto è un fiume, un fiume di parole, che scorrono e vanno verso il mare che contiene tutti i luoghi segnati sugli atlanti, i nomi che possono farsi destinazione, gli altrove che non basterà una vita ad abbracciare.

Pensi questo e poi pensi anche che questa libreria non è solo una libreria, o meglio, è ciò che dovrebbe essere una libreria, soprattutto una libreria di viaggio, un porto di mare dove si attracca e ci si prepara a nuove partenze, un caminetto dove ci si lascia andare ed è bello raccontarsi le storie. Un posto dove ci si ritrova e ci si riconosce.

Con tutto questo, figurarsi, questa volta sono entrato con qualche imbarazzo. In questo covo di grandi viaggiatori, che ci faccio io? E con tutti questi titoli intorno, che portano in Patagonia oppure in Borneo, che cosa c’entra un libro come Tre uomini a piedi? Un viaggio che è solo 35 minuti di treno per scavalcare l’Appennino e scendere a Bologna, quindi cinque giorni per tornare a casa a piedi, un viaggio che inizia solo per farsi ritorno.

Vai a sapere se ci sarà qualcuno e se quel qualcuno piuttosto non avrà per la testa una spedizione nei parchi della Namibia o per le isole Andamane.

Poi ti accoglie Flavia, la bravissima libraia che non te lo dice, ma pare proprio che faccia il lavoro più bello della terra e che ne sia convinta, malgrado tutto. Accanto alla cassa ha sistemato guide e mappe della Via degli Dei. Poi ti accompagna allo scaffale dove molti altri cammini della nostra splendida Italia aspettano me, aspettano te. Diversi sono libri di persone che conosco: com’è che in posti così si finisce per scoprire i sottili fili dell’amicizia?

Rinfrancato mi metto a sedere. Non ho portato foto da mostrare, è giusto lasciarle a chi scala le Ande o si tuffa tra i coralli dei mari australiani. Sorrido: ma sapete com’è che siamo partiti per questo viaggio? Ora ve lo spiego…

E comincio con la storia di un pub sotto casa e di amici che si sono consumati le dita a forza di girare un mappamondo. Al mio sorriso rispondono altri sorrisi.

Incredibile, in questa libreria mi sento a casa. In questa libreria che è come il mondo.


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A Brento, per scoprire ciò che fa bene a tutti

monteadoneValeva la pena? Saltare il pranzo per chiudere tutti gli impegni di lavoro, correre in fretta e furia a casa, prendere libri e scarponcini da trekking, gettarsi nel traffico fiorentino, bruciare chilometri in autostrada in un venerdì pomeriggio. Ironia della vita, che ti impone ritmi folli per guadagnarti qualche ora di buona lentezza.

Ma sì, certo che valeva la pena. Perché poi un pomeriggio di magnifica primavera mi ha accolto a Monzuno: e per un attimo ho sistemato la macchina a lato, solo per vedere sfilare via diversi viandanti, zaino in spalla, lungo la Via degli Dei e ognuno di loro mi è sembrato come un ringraziamento alla bellezza del nostro Appennino.

Ne valeva la pena, perché poi sono arrivato a Brento – e non c’ero mai stato – e un po’ mi vergogno a dirlo, non è che sta proprio bene per uno che ha scritto un libro sulla Via degli Dei. Però ad aspettarmi c’era Stefano Lorenzi di Appennino Slow, una persona che da tanto tempo sta promuovendo la cultura del cammino e quindi sta facendo qualcosa che fa molto bene sia alla montagna che a tutti noi. Insieme alla moglie, insieme a Francesco, splendida guida ambientale escursionista, mi ha accompagnato per l’anello del Monte Adone. Sono rimasto a bocca aperta di fronte alle torri, ho allargato il mio sguardo per tutto il mare di vette e boschi, mi sono inebriato di luce, ho provato gratitudine per l’erica in fiore, ho camminato sopra le conchiglie di un terreno che un tempo era fondale di mare – roba da non credere. Eh sì, ho anche lasciato la mia firma al quaderno custodito sotto la croce, in cima.

Mica finita, però. Perché poi siamo arrivati al circolo del Monte Adone, che anche questa  è cosa da non credere, sembra la Svizzera, solo che poi l’aria che respiri è quella delle nostre parti, anzi, dell’Emilia, garbo e ospitalità. C’erano il sindaco  di Monzuno Marco Mastacchi con il vicesindaco e assessore alla cultura Ermanno Pavesi, c’era anche Luigi Lazzarini di Walden Viaggi a piedi, che ora con i suoi viaggi gira per il mondo, ma che ha cominciato proprio da queste parti e mi sa che un po’ di nostalgia la prova.

Non eravamo in molti, ma proprio per questo è stato più facile sedersi in cerchio e conversare insieme: della Via degli Dei che l’anno scorso è stata affrontata da almeno 6.500 camminatori che hanno prodotto – sono le stime – qualcosa come due milioni di fatturato; della montagna che ha bisogno dei camminatori e dei camminatori che hanno bisogno della montagna, con buona pace di chi pensa di poter essere ancora la Cortina del centro Italia; di un’economia che può ripartire in questo modo, ma senza tradire i valori dell’ospitalità: perché, tra l’altro, a volte proprio non cercando il massimo interesse si fa meglio il proprio interesse e l’interesse di tutti.

E quindi, bene che alcune strutture concedano anche lo spazio per piantare la tenda a chi non ha soldi per prendersi una camera. Tanto un panino o una cena comunque se la permetteranno. Tanto così torneranno a casa più contenti e grati. E magari finiranno per inondare Facebook, Twitter e Instagram di bei messaggi sulla loro esperienza, primi testimonial della Via degli Dei. Mentre anche chi ha dato, ha concesso, ha fatto qualcosa in fondo si sentirà meglio e avrà fatto qualcosa per la sua (e nostra) montagna.

Tutto questo in  parte c’è già. Siamo tutti in cammino. E sapete cosa, da Brento sono tornato con l’idea che sulla Via degli Dei sta succedendo qualcosa di bello. Come si stesse costruendo una sorta di comunità di idee, valori e naturalmente passi.

Come se ne potesse venire fuori qualcosa di bello per tutto il paese.

 


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A San Benedetto l’Italia dei libri e dei cammini

San Benedetto Val di Sambro, un sabato pomeriggio di primavera. Chi ci sarà mai, in un giorno così, alla presentazione di un libro? Tanto più che in contemporanea c’è anche un matrimonio. Figurarsi, me l’hanno segnalato quasi per mettere le mani avanti. Mica male però: dai, ci sono ancora posti dove il matrimonio non è solo una questione privata, ma riguarda tutti.

Mi dispongo con quieta rassegnazione. In ogni caso mi godrò la bellezza dell’Appennino in un meraviglioso giorno di sole. Magari ne approfitterò per sperimentare qualche scampolo di sentiero.

Quest’ultimo proposito, per la verità, naufraga miseramente. Sono partito per tempo, ma non ho fatto i conti con la Variante di Valico, o meglio, con il navigatore impazzito al cospetto di uscite che non sono più quelle di un tempo. Pensare che ho sempre scandito il passaggio di questi monti con i nomi di località ormai quasi mitiche: Roncobilaccio, Pian Del Voglio, Rioveggio… i punti fermi di una mappa cui non mi sbarazzerò da un giorno all’altro. Abitudine e nostalgia, lo so: ma solo in questa spedizione – e solo a Sasso Marconi – ho inteso che questi nomi avrei ritrovato solo sul vecchio tracciato autostradale, non sulla variante che sembra la Svizzera.

benedettoInsomma arrivo a pelo, giusto in tempo per un caffè. Però che bella questa libreria, pare un focolare per un’intera comunità. Ci sono persino persone ad aspettare Tre uomini a piedi e le mie chiacchiere.

C’è chi ho già incontrato, come Stefano di Appennino Slow, una persona che sta facendo qualcosa di importante per far conoscere queste montagne e proporre viaggi intelligenti. C’è chi ho conosciuto per un saluto su Facebook, come Elisa, titolare di un Bed and Breakfast a Madonna dei Fornelli, che non può trattenersi perché stasera ha molti ospiti a cena, però un salutino voleva farmelo. C’è Fabrizio, che dialogherà con me durante l’incontro e che è una di quelle persone con cui è facile immaginarsi a cena, a conversare di cose belle e profonde. E c’è Loris, che da quel poco che ho conosciuto deve essere una macchina da guerra nell’organizzazione di manifestazioni che racchiudono un’idea di futuro, si tratti di una giornata di poesia in un borgo di montagna come di una passeggiata con i bambini per spiegare cos’è un bosco e perché è necessario proteggerlo.

Così è questo che mi viene da dire, seduto in questa biblioteca: sapete, sono fortunato. Lo sono perché mi capita di girare per l’Italia e incontrare persone come voi. E non lo dico per dire: ne sono convinto. C’è un paese che è migliore di quanto ci si immagini e ci si racconti. E’ qui, anche oggi, tra noi.

Vedrete cosa riusciranno a fare i libri – e i cammini – in questo paese.


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Il futuro si fa strada: con i libri e i passi

pontederaE dunque ogni tanto i Tre uomini a piedi trovano il modo di abbandonare l’Appennino e tentare i loro passi verso città che magari non associamo a cammini. Le montagne sono profili distanti, così è facile immaginare che intorno ci siano solo la piana attraversata da autostrada e ferrovia, stabilimenti industriali, zone ai margini che non sono più città e non sono più campagna.  Tranne scoprire, naturalmente, che anche in questi dintorni ci sono splendide possibilità di cammino: magari lungo i fiumi e le aree umide, magari sulle colline che si allungano fin quasi alle case.

Così finisce la presentazione e devi ammettere, con le ultime chiacchiere: non lo sapevo, la prossima volta dovrò fermarmi di più. Anzi, perché non un intero fine settimana?

Ecco, questo mi è successo ieri sera Pontedera, ospite della bellissima Libreria Roma, un piacere per gli occhi e un esempio per quanti non sono ancora persuasi che una libreria può cambiare la vita di una città, di un quartiere.

C’ero io, a parlare di Tre uomini a piedi e naturalmente anche di Per le foreste sacre, ma insieme a me c’erano anche gli amici di Legambiente Valdera, a presentare il loro programma di escursioni per il 2017. Con le loro parole e le loro diapositive mi hanno portato in tanti luoghi che da Pontedera è facile raggiungere: i torrenti e gli antichi mulini intorno a Vicopisano, la riserva naturale di Berignone, il padule di Bientina, i boschi e gli stagni di San Rossore.

Alla scoperta delle bellezze del territorio che abitiamo. Così è intitolato il loro programma di escursioni. Un modo per camminare e per fare comunità insieme, passo dopo passo. Ma anche un modo per conoscere ciò che ci circonda e per proteggerlo.

I cammini e i camminatori sono anche questo: un modo straordinario di difendere il nostro territorio, standoci dentro. Più potente, credo, di un convegno o di un comunicato stampa – e non che non ce ne sia bisogno.

Il futuro si fa strada, scrivono gli amici di Legambiente. Io la strada la prendo proprio alla lettera.

 

 

 


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Al Porto delle Storie assieme ai nomi

portostorie

 

Porto delle Storie, un dopo cena di un giorno che non sa di primavera. Sembra un bar o un circolo come altri, anche se i prodotti del commercio equo e solidale in vendita e i libri sugli scaffali a disposizione di tutti ti suggeriscono che no, non è un locale come gli altri. Anche perché il Porto delle Storie prima di essere un posto dove ritrovarsi è un bel progetto, imperniato su un’idea fantastica.

La ritrovate nel primo articolo della sua “costituzione”: la scrittura, recita, è un diritto fondamentale dell’uomo e tutti possono scrivere. Per questo, tra le molte altre cose, il Porto organizza laboratori, attività di doposcuola, incontri con scrittori, giornalisti e fotografi. Per questo prova a stimolare tutti a creare le loro storie.

No, non è davvero un locale come gli altri. E anche se non ero al meglio, anche se non mi è stato facile prendere la macchina fino a Campi Bisenzio, che dire, è stata una gran bella cosa, ritrovarmi con le mie storie di cammino nell’ambito della rassegna curata da Dea Capisani. In questo modo I tre uomini a piedi hanno raggiunto se non un porto almeno un rifugio, dove riposare e chiacchierare dopo una lunga giornata.

E poi il Porto delle Storie è ben frequentato da camminatori che amano i libri e da lettori che amano i cammini.

Come Igino Fanciullacci, che ha ben presentato Tre uomini, con intelligenza e simpatia. E tra le altre cose mi ha insegnato che la roncola è attrezzo ben diverso dal pennato. E mi ha rampognato perché sulla Calvana – la bella Calvana – ancora non sono mai salito: cosa a cui dovrò presto rimediare.

A proposito: alla fine ci è stato domandato se dalla Calvana c’era modo di arrivare alla Via degli Dei o comunque di puntare su Bologna. Così Igino ha iniziato a ragionare su un sentiero, di cui francamente non saprei riptervi niente.

Mi sono adagiato sulle sue parole e le sue parole erano soprattutto nomi, anzi toponimi. Come se avesse aperto una mappa sul tavolo per indicare ai presenti un itinerario, seguendolo col dito.

Un itinerario fatto di nomi in fila, uno dietro l’altro. Quei nomi che i nostri tempi sono propensi a rimuovere, tanto a che serviranno mai: non sono caselli dell’autostrada, fermate dell’Alta Velocità.

Quei nomi che il cammino sa recuperare. Chi cammina – ha detto qualcuno – colleziona nomi. Fosse solo per questo.


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La casetta di legno di Gioia

 

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E così Tre uomini a piedi ieri sera ha fatto tappa  a Rignano sull’Arno, che è un posto tra l’Arno e l’Appennino che  da qualche anno è balzato all’onore delle cronache politiche nazionali. Io che a Rignano  ci sono un po’ di caso preferisco rammentarvela per tante altre cose.

Per esempio, per la bellissima biblioteca, con Serena che associa alla passione del suo lavoro di bibliotecaria idee buone con buone gambe – pensate che ultimamente è riuscita a costruire anche una piccola case editrice. Per esempio, per le tante persone che la biblioteca la frequentano, che partecipano agli incontri sui libri, che accolgono scrittori di viaggio come Simona Baldanzi e Andrea Vismara.

Anch’io c’ero già stato, qualche tempo fa, per parlare de La strada delle legioni, il libro in cui racconto il cammino lungo il Vallo di Adriano, in Inghilterra. Non era stato solo una presentazione, era stata una giornata bellissima, fatta anche di spostamenti a piedi in compagnia, di letture per la strada e poi di una cena tutti insieme e di una conversazione sotto le stelle, come un tempo si poteva fare in un’aia.

Per quanto mi riguarda la cosa più bella da ricordare è la Casa della Gioia, che è una piccola casetta di legno che da qualche tempo offre ospitalità ai viandanti che percorrono uno dei diversi cammini per cui si può fare tappa a Rignano, come la Via Ghibellina. E’ piccola e accogliente come un nido. Ma soprattutto esprime gli antichi valori dell’ospitalità, della gratuità, dell’incontro con chi viene da lontano – che poi sono alcuni dei valori alla base della civiltà del pellegrinaggio.

La Casa della Gioia è stata voluta dalla Compagnia dei Pellegrini Erranti – nata qualche anno fa da gente che viene da esperienze nello scoutismo e nel volontariato, ma soprattutto amici. Gente che magari si è conosciuta sui banchi di scuola – come Simone e Lucia – e che forse per qualche tempo si è anche persa.

La Compagnia – credo di aver capito – l’hanno voluta costituire quando diversi di loro hanno tagliato il fatidico traguardo dei 50 anni…. e questo è un bell’assist per i Tre uomini a piedi che si sono incamminati sulla Via degli dei per la stessa sfida anagrafica.

Nella casetta di legno presto sarà allestita anche una piccola libreria. Ieri Simone mi ha fatto firmare le copie di alcuni miei libri che lì troveranno posto. E’ bello pensare che alcune mie parole potranno accompagnare il riposo di chi ha camminato per un giorno. Bello pensare che anche i libri facciano parte dell’ospitalità, assieme a un tetto e a un letto.

Gioia – mi ha spiegato ieri sera Simone – prima ancora che un bel sentimento è il nome di un’amica che non c’è più, che se n’è andata via troppo presto. Sono convinto che in qualche modo ci sia ancora, alla casetta di legno.


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Metti una sera a Castelnuovo Berardenga

geb

Comincia con una bella cena in compagnia, prodotti del territorio e tante idee che si mettono subito in movimento, pensare che fino a pochi minuti prima nemmeno ci si conosceva. Continua con una sala piena come non avrei mai potuto metter in conto, visto che è venerdì sera, che non mancano certo le alternative, che per di più questa non è una grande città. Finisce dopo tante domande e riflessioni, con indirizzi scambiati, progetti che, chissà, forse riusciremo davvero a far partire, un brindisi e anche i dolci che qualche socio ha portato: e per una sera dimentichiamoci della linea, tanto avremo modo di camminare e smaltire.

Ecco la sera che non ti aspetti, a Castelnuovo Berardenga, presso la sede del Gruppo escursionisti del posto. Ma forse prima ancora della sera, questa è la realtà che non ti aspetti.

In questo fazzoletto di Toscana, a non molti chilometri da Siena, la passione del cammino ha permesso di costruire un’esperienza che oggi conta 120 soci. Il Geb – questa la sigla –  ha una sede bellissima, messa a disposizione dall’amministrazione comunale a Palazzo Chigi – sì, la stessa famiglia di Palazzo Chigi a Roma. Propone un notevole programma – nei prossimi mesi per esempio si potrà attraversare l’Elba o tentare una spedizione in Val di Susa – ma soprattutto promuove la cultura del cammino: perché non si tratta mai solo di macinare chilometri e raggiungere una meta.”Siamo essenzialmente un gruppo di amici – si legge nel loro sito – che ama vivere la natura a piedi: perché amiamo i particolari, i colori, i profumi delle stagioni…” .

E c’è scritto anche questo, nel loro sito: “Fai camminare la mente”. Mi piace, questa frase semplice, mette in moto assai di più dei piedi.

Ho avuto modo di parlarne a lungo col presidente del gruppo, Angelo, con l’amica e collega che ho avuto accanto nella mia chiacchierata, Roberta, e con tanti altri soci che hanno partecipato alla serata.

Fai camminare la mente…. e perché no, è proprio per questo che credo che la scrittura sia importante, per chi ama il cammino. Non toglie nulla, anzi aggiunge. E se il cammino è una palestra di attenzione, un modo di prenderci cura di noi stessi, la parola aiuta. Accompagna e approfondisce. Illumina in modo diverso la nostra esperienza e fa sì che qualcosa di essa rimanga.

I passi ci cambiano, le parole ci cambiano.

Mi piacerebbe parlare ancora di queste cose. E far sì che un’esperienza di cammino possa diventare anche un luogo di sperimentazione della parola scritta, della parola condivisa.