Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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A Matera, travolto dai bersaglieri

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Matera 2019. Mi aspetto di trovare i progetti e le attrattive della capitale europea della cultura – e grazie a qualche amico anche la resistenza di una città che intendere restare fedele alle sue radici. Trovo il raduno nazionale dei bersaglieri, la città invasa dalle piume nere e dalle fanfare. 

Quanti sono?, domando seduto al Falco Grillaio, trattoria che mi sta imbandendo con generosità pecorino di gravina e salsiccia arrosto, il tutto ben innaffiato dal rosso delle Murge. Dicono 70, 100 mila.

Fuori si scatena la festa nazional-popolare, io sono solo alla seconda domanda: berranno come gli alpini? Poco prima al bar ne ho beccato uno contrariato dalla gradazione alcolica del Lucano. Non ha un amaro più sostenuto? Domanda sua, non mia, a me il Lucano va benissimo.

Io intanto ho già lasciato il Falco Grillaio, ha raggiunto la piazza gremita di bersaglieri di ogni dove e famiglie, pensare che la parata sarà solo domani. Terza domanda: quanti ce ne saranno qui che la pensano più o meno come me?  La folla ondeggia, parte un hip hip hurrà che qualcosa scuote dentro. E quanti galli cedroni ci hanno lasciato le penne, letteralmente? Quarta domanda.

Intanto la fanfara è passata al Piave che mormorava: non passa lo straniero. Qualcosa mi disturba: sarà che mi considero io lo straniero. Quinta domanda: che ci faccio io qui?

Scontata, lo so. Meno scontata sarebbe la sesta: a questa Italia quanto ha da dire, quanto riesce a dire, l’Italia per cui faccio il tifo? Nel frattempo la fanfara attacca Nel blu dipinto di blu, le trombe puntate al cielo.

Scopro di avere i lucciconi, sarà il vino? Applaudo. Viva la Romania, grida un bambino che mi scivola al fianco. Applaudo anche lui. Popolo è davvero una visione relativa. Popolo è qui,  popolo è ciò di cui spesso ci si riempie la bocca. 


I libri fanno bene all’ospedale

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Firenze, anzi, Bagno a Ripoli, ospedale di Ponte a Niccheri. Fuori è già primavera, ma in corridoio, nelle stanze dei ricoverati non sembra. L’umore è decisamente basso.

Poi, guarda caso, dal corridoio sbuca il volontario con un carrettino pieno di libri. Sono volumi della vicina biblioteca comunale, che fa servizio anche in corsia, per chi è costretto in un letto di ospedale.

Si avvicina ai pazienti, chiede con premura se si ha voglia di leggere. Poi suggerisce qualche titolo. Sì, ci sono anche i romanzi di Camilleri.

Non sarà niente di che, eppure è come se attraverso le finestre filtrasse un raggio di sole. Provo orgoglio per una sanità dove c’è posto anche per questa attività e gratitudine per chi ha scelto di fare volontariato portando libri in un posto come questo – sarebbe lo stesso certo anche per un carcere o una periferia.

E sono sempre più convinto che i libri, sì, i cari vecchi libri, possono essere compagni preziosi persino nei momenti più difficili….


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Firenze può essere il viaggio più lontano

«Non dare niente per scontato. Prescindere da ciò che si dice e legge. Evitare tappe obbligate e informazioni a uso e consumo. Privilegiare dettagli e note a margine, al posto di ciò che è assolutamente da vedere. E, in questo modo, predisporsi a possibili epifanie e abitare poeticamente Firenze».

È una delle città più fotografate, raccontate, celebrate al mondo, eppure ci sono ancora tanti modi di raccontarla.

Dipende dall’attenzione che le si dedica, dalle storie che si è pronti ad ascoltare, dalle strade in cui è ancora bello perdersi, fuori dai pochi metri quadrati dove si concentrano i turisti. La Firenze di un fiorentino come Paolo Ciampi, viaggiatore lento e inquieto, diventa allora un altrove di sogni, misteri, sorprese, più di tante altre destinazioni.

Forse il viaggio più lontano, anche se comincia fuori della porta di casa, passa per il pub di quartiere e si conclude nell’osteria degli amici di sempre: da mattina a sera in un incessante smarrirsi e ritrovarsi.

 


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La libreria che ci rende più sicuri

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Meno male che non c’è solo il bollettino delle perdite, sul fronte delle librerie. Ogni tanto passa qualche buona notizia e fa bene al morale intercettarla e tenersela stretta.

Per questo mi piace segnalarvi cosa è successo a Grosseto: non a Roma o a Milano, neppure a Firenze, perché è così, sempre più spesso nel nostro paese le buone notizie arrivano da dove non ci si aspetta.

A Grosseto da pochi mesi è nata una nuova libreria – Quanto Basta – con una particolare attenzione ai temi del viaggio: e già questa è senz’altro una buona notizia. Però se ci capitate, anche solo per dare un’occhiata, scoprirete che dentro ci sono diverse altre cose: per esempio un piccolo laboratorio artigiano, dove si producono oggetti e si tengono corsi di ceramica. Per esempio  un bar – che ha un’altra gestione – cui si accede anche tramite una scala interna.

Ma la cosa più interessante  è che questa realtà è partita grazie all’inserimento in un progetto pilota per la sicurezza urbana, con un bando per il recupero di fondi sfitti in quartieri in difficoltà. C’è più sicurezza – questo il ragionamento – dove ci sono negozi in esercizio, attività sociali e culturali, persone che animano una strada o una piazza con le loro iniziative. E diciamola tutta: meglio così che il coprifuoco.

Un’alternativa ragionevole, verrebbe da dire, a chi cavalca paure e invoca ronde. Ma soprattutto mi piace che si possa considerare una libreria come un pezzo significativo di una città più viva, più accogliente e persino più sicura.

Prova provata e riprovata: una libreria non è solo un negozio di libri. Per questo bisognerebbe tenerla come cosa cara. E se farla funzionare significa comprarci qualcosa – non è solo un negozio ma deve avere i conti in ordine come un negozio – ben venga. Non avrete il pacchetto di Amazon a casa, ma avrete i sorrisi, i consigli, le proposte di ragazzi in gamba.

Come è successo a me, l’altra sera, per la presentazione de L’ambasciatore delle foreste. Con quante idee sono tornato a casa. Quasi quasi ci ritorno presto.


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Un gatto in libreria….

Lei è Lola…. e per la prima volta ho ceduto alla tentazione di postare un’immagine felina sui social. Una di quelle cose di cui un po’ ci si vergogna, come vedere la finale di Sanremo dall’inizio alla fine e magari fare persino il tifo. Un po’ nazionalpopolare, lo ammetto.

Però un gatto vuol dire casa, una libreria vuol dire casa (vago ricordo di Cicerone che affermava che una casa senza libri è come una stanza senza finestre), figurarsi un gatto in libreria…

E casa è ciò che rende più bello il ritorno…

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Il colibrì, il fuoco e le mie librerie

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Vedete, un pensiero, l’ultimo su questo blog per il 2018, lo voglio dedicare ai librai. In particolare ai librai delle piccole librerie indipendenti che, malgrado tutto, ancora esistono e resistono in Italia.

Diversi di loro ho avuto modo di conoscerli di persona in occasione di qualche incontro, altri sono solo un nome, una presenza sui social, un’insegna che riesce comunque a rassicurarmi.  Mi auguro di conoscerli di persona: e di persona vorrà dire entrare nella loro libreria, considerare le loro vetrine, i libri che scelgono, le idee e le passioni che li animano.

Ho nascosto in uno dei cassetti dei miei sogni l’idea di fare il libraio. Ogni tanto spunta fuori e la ricaccio dentro, con tutto l’immaginario che ci ho costruito intorno e che di tanto in tanto mi viene aizzato contro da qualche titolo – tipo Vita da libraio di Shaun Bythell, per intendersi.  Per fortuna, mi viene da dire, oltre alle competenze mi manca il coraggio: una mia libreria è come un altrove da non disturbare con un viaggio vero.

Però le librerie restano i posti dove più di tutti mi sento a casa.  I miei amici, certo, potrebbero aggiungere: anche i pub. E dovrei dare loro ragione.  In effetti c’è qualcosa che unisce i pub e le librerie e che va oltre il boccale e il libro: ovvero la possibilità di intrecciare conversazioni e in questo modo di sentirsi parte di una comunità.

Con la mia particolare fissazione per i libri che parlano di libri, ecco, ho appena finito di rileggere 84 Charing Cross di Helene Hanff. Sono pagine magnifiche, che raccontano della relazione di anni e anni tra una lettrice americana e un libraio di Londra. Persino a distanza e con i libri inviati per posta: eppure niente a che vedere con Amazon,  perché con Amazon non ci sarebbe stato niente di tutto questo, a parte i libri infilati in una busta, tutto sommato il meno.

E quella era una relazione a distanza, figurarsi se avete la fortuna di una libreria vicino. Io sono tra quei fortunati: ci passo davanti due volte al giorno, quando vado e torno dal lavoro. Talvolta mi fermo per scambiare due parole e qualche consiglio. A volte un titolo che suggerisco io, più spesso, ovvio, un titolo che mi viene suggerito.  Succede che qualcosa venga fuori da una conversazione a cui tendo l’orecchio o da qualche altro lettore.

Come l’altro giorno, in cui il mio spacciatore di libri sotto casa stava chiacchierando con un ragazzo proponendogli un autore di cui non avevo mai intercettato nemmeno il nome: Laurent Mauvignier. Potente, diceva, un pugno nello stomaco, ma davvero bello.  Chiaro che non sono tornato a casa senza un suo libro: Storia di un oblio. Poco più di sessanta pagine: le ho fulminate la sera stessa, ho incassato il pugno allo stomaco e sono ancora qui che ci rimugino contento.

Il fatto è che scrivo tutto questo con la stessa malinconia che mi prende quando un collega a cui voglio bene va in pensione o quando uno scrittore che amo – oggi dico e per un pezzo dirò: Amos Oz – ci lascia e lasciandoci ci sottrae la speranza di leggerlo ancora.

In questi ultimi giorni dell’anno si tirano le somme e spesso in questo modo si tirano giù anche i bandoni. Così conto già quattro librerie che tra il 25 dicembre e il primo gennaio hanno deciso di chiudere. Tra di esse librerie che conosco e librerie di cui ho solo avuto notizia: immagino, temo, che saranno di più. Per ognuna di esse mi sembra non solo di essere anch’io un po’ più povero. Di più, è come se io stesso fossi chiamato in causa con le parole di John Donne: e perciò non chiederti per chi suona la campana. Suona per te.

Addirittura, direte voi. Beh, ognuno ha le sue battaglie, piccole e grandi che siano. Io penso che una città senza librerie sia una iattura, che un quartiere senza librerie sia comunque periferia. Penso anche che sostenere librerie, riempirle di lettori, sia una via per costruire una società migliore. O per lo meno per procedere in quella direzione. Un po’ come la storia del colibrì che di fronte all’incendio provava a spengerlo portando gocce d’acqua: faccio quel che posso, diceva a chi lo irrideva.

Sì, è questo: lascerò ai librai il mestiere da librai e piuttosto farò il colibrì. Ogni libro comprato in libreria una goccia d’acqua. Non male comunque se i colibrì saranno tanti, tutti convinti che, solo per dirne una, un libro al supermercato non è la stessa cosa.

Figurarsi che non sono nemmeno pessimista. L’umanità – sosteneva il grande Umberto Eco –  è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso.

Di questo sono convinto. Il libro come la ruota, inventate voi qualcosa di meglio. Se proprio volete provateci anche con la libreria.

 

Ps: la mia libreria sotto casa è L’Ora Blu di Firenze. Un giorno però mi piacerebbe fissare su una carta di Italia tutte le librerie che conosco e che amo: per ognuna una puntina da disegno e un pensiero.

 

 

 

 


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In cammino di libreria in libreria

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Metti un sabato diverso nella Firenze travolta dallo shopping natalizio. Un sabato di parole e passi, di bolle di silenzio e di magie in musica. Un sabato che si sottrae a smanie e urgenze per imporre le ragioni della lentezza e persino della bellezza. Può succedere, persino in questi giorni. Può succedere e non costa nulla, né pretende un miracolo.

Merito di Walden Viaggi a piedi, con quella fucina di idee che è Alessandro Vergari. Gli ingredienti sono venuti da sé: due librerie di viaggio per una proposta di cammino da un capo all’altro della città, ma anche per difendere l’idea che le librerie sono luoghi di civiltà, che meritano anche un po’ di fatica; le letture di Andrea Semplici e del sottoscritto, tra libri già editi e libri che forse lo saranno; il sax di Susanna Cruciani a fare da contrappunto alla tentazione delle parole di troppo; e poi tutti coloro che hanno voluto esserci, a mescolare cammini e chiacchiere.

Tutto qui. Partecipazione gratuita e libera – recitava il volantino – cercate solo di essere presenti alle fermate che faremo.

Partenza alla libreria Tatata, anche per dire due cose su L’ambasciatore delle foreste. Arrivo alla libreria On the road, così da ascoltare l’amico Paolo Merlini e il modo diverso di viaggiare che racconta nel suo La felicità corre in corriera.

In mezzo quante cose. Come l’incredibile silenzio, anzi, l’incredibile vuoto in Santissima Annunziata, piazza che è quasi un simbolo del Rinascimento fiorentino e della sua umanità: a poche centinaia di metri dalla ressa ai negozi, dalle comitive dei turisti.

E giuro, non mi dimenticherò tanto facilmente quanto è successo in piazza della Vittoria, sotto il liceo Dante, che fu il mio liceo, groppo di nostalgia. Un gruppo di ragazzi che esce, ci viene incontro, tira fuori gli strumenti per tenere compagnia al nostro sax. Musica insieme, coro a più voci: e la loro Bohemian Rapsody è roba da lucciconi.

Insomma, basta crederci, almeno per un giorno. Non ci vuole molto per il sogno di un’altra città.

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