Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Portando in giro il sogno delle mappe

“Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin.

Ci sono i mappamondi su cui ancora oggi i bambini sognano e ci sono i sogni che le mappe dei sentieri alimentano in ogni camminatore, non importa di quale età. Ci sono gli antichi atlanti di un mondo che attendeva di essere scoperto e ci sono le carte che ancora oggi accompagnano il viaggiatore, nell’epoca dei Gps e e di Google Earth.

Malgrado le tecnologie digitali e una geografia di cui si vorrebbe fare a meno continuano a sedurre, emozionare, narrare.

Le mappe sono la nostra isola del tesoro, e in esse è ancora possibile ritrovare noi stessi e i nostri viaggi. Io ho provato a raccontarle in questo mio piccolo libro – Il sogno delle mappe – uscito in queste settimane per la Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.

Ricomincio a girare l’Italia, in molte librerie. Per parlare insieme di mappe e dei loro sogni.

meister

 

 


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A Letterappenninica come la sera in un’aia

mulinodivasco

Si dice che i festival ormai sono troppi,  che affollano i calendari degli eventi e si succedono senza molta fantasia. Sono come un circo sempre in movimento, più o meno con gli stessi nomi e gli stessi numeri.

Vero, certo, se si pensa a festival che sgomitano per proporsi come grandi eventi. Falso, se si pensa a eventi che cercano un’altra misura e che soprattutto si fanno forti di buone radici, di sentimenti genuini, di voglia di costruire o rinforzare comunità – mettendo insieme abitanti, ospiti, viandanti.

E ce ne fossero di più di festival così. Ne avremmo bisogno in ogni nostro borgo che ancora vuole immaginarsi un suo futuro, in ogni montagna che non voglia arrendersi all’abbandono.

In queste settimane ho avuto modo di conoscerne diversi. A volte per presentare un mio libro, a volte solo per ascoltare e condividere qualcosa. Non sono mai ritornato in città a mani vuote. Semmai ho dovuto mettere in conto un certo sentimento di invidia: sarà che piacerebbe anche a me sentirmi parte di una squadra capace di mettere in movimento idee e passioni.

Così ho ancora negli occhi una serata a Letterappennica – tra tutti il festival che più mi ha emozionato e convinto. “Uno di quei tanti ruscelli che solcano i pendii di una montagna nei mesi del disgelo – così ne parla Federico Pagliai, scrittore e uomo di montagna, che ne è l’ideatore – Nato dalla volontà di un risveglio, dall’interesse di un gruppo di uomini e donne per la montagna appenninica, per la vita di migliaia di borghi aggrappati ai crinali e dalla passione per la cultura in generale”.

E allora ecco l’Appennino che è il mio Appennino, tra Cutigliano e Fiumalbo. Ecco una sera a Pian degli Ontani, il luogo di Beatrice, la mia Beatrice, la poetessa analfabeta che anni fa ho provato a raccontare e che ci testimonia che la poesia non è parola scritta, è prima di tutto moto del cuore. Ecco un posto magico, il Molino di Vasco, prova provata che si può scommettere ancora sulle tradizioni e i mestieri di una volta, in questo caso la macina a pietra delle castagne e i grani antichi. Ecco persone amiche, colleghi come Mauro Banchini e Sara Bessi. Ecco sopratutto le parole, che mi uniscono a tanti altri che non conosco, ma che pure non sento estranei.

Parole coccolate dalla luce bassa nella sera e dalla leggera brezza che si è alzata, magnifico regalo dopo tanto sudore in città.

Letterappennica: se volete saperne di più andate sul sito, guardate il programma dell’edizione che si è conclusa, fateci un pensierino per il prossimo anno.
Io mi sono sentito come in un’aia di una volta, quando ci si ritrovava a frescheggiare e a raccontarsi storie.

Vai a sapere, magari il prossimo inverno ci incontreremo a veglia davanti a un camino. Sempre con la montagna dentro, qualche storia sulla lingua e la voglia di fare di questi crinali sentieri che ci uniscono.

 

 


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Conoscersi e ritrovarsi a Perlamora

perlamora

Sì, la stanchezza è tanta dopo notti in cui lo scirocco ha rubato il sonno, ma male che vada per un po’ mi affrancherò dal terribile bollore della notte fiorentina.

Sembra strano un festival di cultura in un posto così, buono per i tedeschi o per gli inglesi che sanno cosa scegliere per le loro vacanze tra le colline toscane: borghi d’arte e piscina, campagna e cantine. Ma chi ci sarà mai per parlare di passi e parole, in una serata così, in un posto così?

Perlamora, tra Valdarno e Chianti, un posto da scoprire. Centro culturale storico agricolo, così si definisce sul suo sito: e già questo fa capire che non si tratta del solito splendido agriturismo. Benché certo, se volete tranquillità, ospitalità, buona tavola, qui la troverete.

Ma Perlamora da undici anni è anche un bel festival che si sgrana per tutta l’estate fino all’autunno, con tante idee e tanti ospiti: diversi li ho incontrati in altri festival – perché a un certo punto succede che ti metti a viaggiare di festival in festival e  in questo modo scopri un’altra Italia – alcuni sono anche amici.

Perlamora, tra le altre cose, è questo incredibile anfiteatro  che ha per quinte il Valdarno e il Pratomagno. Grande, ma non troppo da sentirsi come tra persone che si conoscono, a chiacchierare su un prato in una notte d’estate. La brezza accarezza i discorsi e sembra  li porti lontano.

Questa sera si parla del mio Tre uomini a piedi (Ediciclo), ma è evidente che sarà solo un pretesto per parlare di cammini e camminatori. Perché i camminatori sono di tanti tipi e cercano risposte diverse dai loro passi.

E dunque dopo Giorgio Torricelli che ci introduce e ci consegna alle domande della bravissima Giulia Rafanelli – giornalista e social web editor – ci sono Oliviero Buccianti e Daniele Raspini. E’ evidente che loro sono più bravi a camminare di me, che io dei tre sono il pigro, la spina, il mangialasagne. Ma è altrettanto evidente che la passione è comune, che i valori sono gli stessi: perché camminare vuol dire ascoltarsi e ascoltare, vuol dire incontrare, vuol dire rispettare e immergersi in una vita più larga.

Tutti e tre, scopriamo, abbiamo convertito i passi in percorsi di creatività: si tratti delle narrazioni di Oliviero oppure delle fotografie di Daniele. Tutti e tre – e speriamo non solo noi – ci sentiamo come a casa in questa serata.

E quasi mi commuovo quando dal pubblico un volontario del Cai parla di chi si mette in cammino con la vernice bianca e rossa in modo da tenere i sentieri segnati per tutti. O quando una signora si alza per dire: “In fondo state parlando di tempo, state parlando di umanità”.

Ecco proprio così…. E incredibile, tutto questo in poche ore a Perlamora. Succede in serate così, in cui non vorresti non andare più via perché nel giro di poco sono venuti allo scoperto i fili che già richiamano il sentimento dell’amicizia.

A fine incontro sul tavolo c’è  una bottiglia di buon vino, predisposta per altre chiacchiere. E che peccato tocca partire, tocca ritornare alla notte bollente di Firenze. Confidando in altre sere così….

 


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Nel “borgo salotto” scopri ciò che conta

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Poi un tardo pomeriggio d’estate arrivi in uno splendido borgo della tua Toscana, che in tutta la tua vita non hai mai visto: e di questo provi una certa vergogna. Si chiama Castelmuzio, non è distante da posti che dove in questi mesi hai fatto incontri e presentazioni, ma ti colpisce e comprendi subito perché lo chiamino “borgo salotto”.

Mica solo per la piazzetta, dove è una meraviglia starsene seduti, bere o mangiare qualcosa, conversare in un tempo che è diverso. Ma per le strade che sono quelle di una volta e ancora di più per le persone che questo posto lo animano con iniziative e passione. Castelmuzio è un luogo dell’anima, mi dice una di loro, Stella. Capisci subito che non è una frase da depliant turistico.

L’incontro sarà su due miei libri di cammino – Tre uomini a piedi e Per le Foreste Sacre – in cui non staccandomi dalla mia Toscana in realtà ho percepito il senso della lontananza. Ma i libri sono un pretesto, in realtà, per parlare di cose importanti, insieme a Federico Minghi, straordinario interlocutore: il senso del viaggio, l’ascolto interiore, la possibilità di ritrovarsi e nello stesso tempo di ritrovare luoghi e storie, la bellezza che è cultura che viene da lontano, il patto di responsabilità che si stringe con i posti che attraversiamo, e tanto, tanto ancora.

E mentre sei in mezzo delle tue parole scopri che in realtà non stai dicendo niente che le persone che ti ascoltano non sapessero già. E che, per di più, non stiano già mettendo in pratica. Questo incontro non è per spiegare o rivelare qualcosa, ma per riconoscersi e cominciare un pezzo di strada insieme.

Poco prima, due passi per raggiungere una splendida terrazza belvedere, risistemata insieme da cittadini e imprenditori. Da imparare a memoria cosa dice il cartello. Racconta di un luogo voluto e creato da chi crede nei valori della partecipazione, della cura, delle comunità che sanno scuotersi dall’apatia. Di un luogo fatto apposta per trovarsi, per parlare, per tacere, per pensare, per perdere lo sguardo…

Così non sai più se parlare o tacere… Una sola certezza, ancora una volta hai trovato un lembo di Italia migliore di quanto si sappia e si dica. E forse non provi più sorpresa – oramai lo sai – avverto solo un senso di gratitudine.

 


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Amache, stelle e vino nel festival di Chiusure

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Mettete un borgo bellissimo, di cui peraltro io fino a poco tempo fa non avevo nemmeno sentito parlare: bellezza di un’Italia sempre generosa di sorprese. Aggiungete un’associazione culturale – in gran parte di giovani – che in quel borgo decide di organizzare un piccolo festival: senza pretese, senza grandi budget, senza nemmeno grandi nomi, ma con entusiasmo, qualche buona idea, una manciata di ospiti che hanno qualcosa da raccontare. Solo un giorno per cominciare, poi gli anni prossimi si vedrà.

Scommessa troppo ardita in un’estate dove ovunque ci si giri ci si imbatte in festival, rassegne, concerti, salotti all’aperto e quant’altro? Forse sì, con un occhio all’affollamento dei calendari e alle attenzioni mediatiche. O forse no, se si scommette su cose buone, genuine. Se prima di tutto c’è la voglia di fare qualcosa insieme e di accogliere con lo stesso spirito chi viene da fuori.

Il borgo si chiama Chiusure, non fa nemmeno comune (è nel territorio di Asciano), ma è una meraviglia che guarda dall’alto le Crete senesi. Il festival si chiama come l’associazione che l’ha organizzato: Festival dell’Anda e del Rianda. E mi piace, perché mette insieme la familiarità con la lingua toscana e una verità che è di sempre, ovvero che è il viaggio non può prescindere dal ritorno.

Ci sono stato, a Chiusure. Ricordo come ci siamo ritrovati su un cassero con panorama mozzafiato e una brezza che non mi sembrava vera dopo lo scirocco fiorentino. Ricordo la gente che, oltre le file di siede, ascoltava sdraiata in amaca – invidia, invidia – e un buon bicchiere di vino del posto offerto all’arrivo. Ricordo due ragazzi che hanno distribuito carta e penna perché tutti provassero a disegnare un personaggio dei fumetti. Ricordi una band che ha riempito delle sue canzoni una piazza e le strade intorno. Ricordo il gran finale con uno spettacolo che era lo spettacolo delle stelle in cielo, indagate e raccontate.

C’ero anch’io, ovviamente, a leggere qualcosa da Tre uomini a piedi e da Per le Foreste Sacre. Ma ciò che ho ricevuto è senz’altro più di ciò che ho dato. Perfino l’idea di un’Italia migliore.


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Con Scarpe Diem l’Italia che è migliore

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Prendete un borgo che non fa nemmeno comune – tecnicamente è solo una frazione di Montalcino – e che non sarebbe nemmeno un granché noto, non fosse che la Francigena lo attraversa da un capo all’altro e che ogni pellegrino qui può trovarvi l’alimentari per il panino, un fontanello per dissetarsi e un po’ d’ombra sotto i tigli per il riposo.

Aggiungete un gruppo di persone che in questo borgo sono nate e hanno vissuto un bel pezzo di vita, magari prima che le vicende del lavoro e della famiglia le portassero da qualche altra parte.

Aggiungete, ancora, una gran voglia di riannodare i fili, di ritrovarsi, intendo ritrovarsi non solo per una cena, ma per qualcosa che vada oltre, che abbia persino il senso di un progetto.

Ecco, questi sono gli ingredienti. E non era facile che, una volta messi insieme, ne sortisse fuori qualcosa di buono. Ma a Torrenieri – così si chiama – questo è successo davvero.

Cosa potevano avere in comune queste persone oltre al passato? Il cammino, no? Qualcosa che richiama le stesse radici di questa comunità, ma che riguarda anche il presente, anche il futuro.

E così loro hanno cominciato a camminare e camminando si sono fatti venire tante buone idee. Perché non riscoprire le strade dei dintorni che i nonni percorrevano di podere in podere? Perché non presentare di tanto in tanto qualche libro, visto che parole e passi hanno un loro modo di richiamarsi a vicenda? E perché non provare ad accogliere i pellegrini in transito, facendosi raccontare le loro storie?

Poi cominceranno anche i cammini al chiar di luna – meraviglia – a cui finiranno per partecipare anche 130 persone – solo per dire, perché in certe cose i numeri contano fino a un certo punto.

I vecchi amici – e gli altri che nel frattempo si sono aggiunti – si sono costituiti in associazione. Il nome? Anche questa una meraviglia: Scarpe Diem.

È stato bello l’altro giorno tornare dagli amici e dalle amiche di Torreneri, per chiacchierare dei cammini che ho provato a raccontare in Tre uomini a piedi e in Per le Foreste Sacre.

Se non per le mie parole devono essermi grati perché dopo tanto tempo ho portato loro la pioggia: non molta, ma abbastanza per abbassare la temperatura. E comunque meglio di uno sciamano cheyenne.

Io invece gli sono grato per molte cose, non ultimo per la cena in trattoria dove mi hanno deliziato con una buona razione di porcellino sardo. E non dovrei stupirmi in effetti, visto che è un posto dove si dice che ogni tanto si declamano versi improvvisati e dove all’ingresso c’è sempre l’acqua per il viandante.

Solo per dire: perché in realtà dovrei essere grato per l’ospitalità, per il calore dell’amicizia, soprattutto per il fatto che persone così mi danno il senso di un’Italia che non è peggio, è meglio di quanto si dipinge.


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Una domenica per far prendere aria ai tre uomini

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E’ anche in questo modo che si può raccontare un cammino e tuffarsi nelle pagine di un libro. Dandosi appuntamento per una passeggiata insieme, con tante persone che non hai mai conosciuto prima, ma con cui ci si ritrova a conversare come se ci si frequentasse da un pezzo. Con le parole di una giornalista attenta e innamorata della montagna come Laura Villoresi che ha coniato l’idea del “cammino ripensato”. Con un bel pic nic su un prato soleggiato dopo tanti saliscendi lungo la Via degli Dei: e tra un morso e l’altro al panino al prosciutto quante cose vengono fuori.

E’ andata così domenica, lungo uno dei tratti più belli della via che unisce Bologna a Firenze, dal passo della Futa fino al Monte Gazzarro e all’Osteria Bruciata. Più o meno cinque ore di cammino condite di tante parole, per un’iniziativa organizzata dalla Pro Loco di Firenzuola insieme a Trekking Mugello.

Bella fin dall’inizio questa mattina, con l’appuntamento al bar ristorante del Passo della Futa, che da generazioni vede passare gente in moto, bici, auto e sempre di più anche a piedi. Un caffè per cominciare con accompagnamento di battute e pacche sulle spalle. Claudio – assieme al fratello l’ultima generazione del bar ristorante – ha la sua copia di Tre uomini a piedi e mi fa il regalo più bello: una maglietta con il logo della Via degli Dei. C’è anche il sindaco di Firenzuola, Claudio Scarpelli, che dice cose importanti su quanto i cammini e i camminatori possono fare per questi monti.

Poi via si parte, con Ciro e Isabella come guide e io ad ansimare già al primo strappo. Però fiato lo ritrovo, poco dopo: giusto per raccontare di come i tre uomini un giorno si sono messi a camminare e di come i piedi ci aiutino a pensare in un altro modo e a stabilire una diversa relazione con il tempo.

Sarei stato bene comunque in una giornata così. Però penso che ai libri facciano bene cose così più che tante presentazioni. Anche loro devono prendere un po’ di aria, di tanto in tanto