Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Un tempo lento per ritrovare la nostra montagna

spedaletto

Quante volte mi è capitato di parlare della montagna in questi anni, soprattutto della montagna che sento più mia, l’Appennino tra Toscana ed Emilia. Quante volte: e quasi sempre per ripetere le solite cose. I paesi che si spopolano, i rovi che si riprendono i sentieri, i giovani che scendono a valle, le osterie di una volta che non ci sono più. Tante di quelle volte da venirmi a noia. Oppure, peggio ancora, quasi a volermi convincere: se è così, non c’è niente da fare, tanto vale mettersi l’animo in pace.

Poi una sera capita di rispondere a un invito che mi porta in un borgo che ancora non avevo avuto modo di conoscere: Spedaletto, nella vallata della Limentra, qualche chilometro prima di Porretta.

A chiamarmi, una persona con cui è evidente da subito che ho molte cose da spartire. Si chiama Luca Buonaguidi, scrive belle poesie, è uno che viaggia lontano ma che evidentemente ha anche bisogno di radici: come il sottoscritto. Con lui altre persone con cui vien facile avvertire il soffio dell’amicizia che non ha bisogno di macinare tempo: per esempio Maurizio Pini, fotografo che con le sue immagini sa raccontare la montagna.

Due anni fa Luca ha provato a organizzare un piccolo festival: tre serate al Ristorante Lago Lo Specchio, un posto incantato che evidentemente non intende contare solo sulla pesca sportiva. Budget da niente, molte idee: ha funzionato. Una sera è arrivato anche Francesco Guccini.

Un tempo lento. Racconti e musica d’Appennino – questo il titolo che dice già moltissimo – è tornato anche questo agosto, per tre serate. Io c’ero – con le mie storie su Beatrice di Pian degli Ontani e su Dino Campana – e con me c’erano diversi altri.

C’era Federico Pagliai, con i suoi libri che parlano di passato, presente e futuro dell’Appennino. C’era Folco Terzani, con il suo ultimo libro sulla natura, l’amicizia e il divino tra il Tibet e l’Orsigna. C’era tanta musica con Le Figliole, Maurizio Geri, Francesco Biadene: canti popolari, viandanza e libertà.

Tre lunedì così, verso il tramonto, parole e musica. Col la felpa e un bicchiere di vino, volete mettere con il caldo in città.

Tre lunedì così: e che sarà mai, verrebbe da dire, per la nostra montagna che va come va?

Eppure sono stati preziosi, questi tre luendì così. Forse avrò bevuto troppo, forse mi sono ubriacato delle mie stesse idee. Però davvero ho sentito una comunità stringersi intorno alle parole e ai canti. Ho sentito qualcosa, molto, di vivo.

Spedaletto, sapete, è davvero un piccolo borgo. Di inverno avrà si e no dieci abitanti, non conta il pieno dell’estate. Però da oltre mille anni accoglie persone, il suo stesso nome lo dice. Era un punto di riferimento per chi camminava per la via Francesca. Ogni sera al tramonto la campana della chiesa suonava a rintocchi per richiamare chi era ancora per strada. A Spedaletto avrebbe trovato rifugio. Di che sfamarsi e passare la notte.

Ecco, ora che ci penso è ancora così, proprio così. Quelle tre serate, quei tre lunedì senza televisione, sono stati proprio come i rintocchi di una volta.


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Parole come acqua nella piazza di Spignana

 

appenni

 

Metti una domenica di estate, tardo pomeriggio, in un piccolo borgo della montagna pistoiese, Spignana, che non è nemmeno facile arrivarci. Dopo San Marcello bisogna lasciare la strada per l’Abetone, inerpicarsi per una striscia d’asfalto che è meglio non guardare sotto, infilare una curva dietro l’altra. Chi mai ci sarà per un incontro sui libri una domenica di agosto, a Spignana?

Provo a convincermi. Lo faccio perché sono libero e Firenze è un inferno, in questi giorni torridi. Lo faccio perché sono comunque dentro il programma di Letterappenninica, che è un gran bel festival, pochi mezzi e tanta intelligenza per mettere insieme cultura e montagna. Lo faccio perché al mio fianco ci sarà un amico e collega come Mauro Banchini eallora qualcosa verrà fuori.

A Spignana non tornavo da tantissimi anni, dai tempi in cui un mio caro amico aveva preso una casa nei dintorni, così ci capitavo per gite e feste, perfino per qualche matrimonio. Non mi rammentavo la sua piazza: ed è in questa piazza che l’incontro è stato organizzato. Il bar, le case tutte intorno, la chiesa con il campanile che si staglia sull’azzurro del cielo, il grande albero che regala ombra. E le sedie, le sedie tutto intorno, non tanto per me, ma perché così si fa d’estate, ci si siede in piazza, per prendere il gelato, per giocare a carte, per fare quattro chiacchiere, a volte anche per sentire un tizio che parla di libri.

È bello stare in piazza, avere una piazza come un salotto all’aperto, dove incontrarsi. Avverto il morso dell’invidia. Forse anche solo per questo, mi dico, valeva la pena.

Il tema di Letterappenninica 2018 era l’acqua, tema non da poco, come ben spiega uno dei grandi animatori del festival, Federico Pagliai: “La montagna è lo scivolo dell’acqua e proprio un immaginario viaggio fra terre alte e terre piane è il nostro scenario, che attraversa, e cerca di animare, piccoli borghi e percorsi della natura”.

C’entra molto, l’acqua, anche con uno dei libri di cui parlerò, L’aria ride, racconto di un cammino in compagnia con Dino Campana e i suoi Canti Orfici.

Ma acqua significa anche scorrere e scorrendo occupare spazi vuoti e ridare vita. Anche le parole sono acqua, a volte. Lo sono, tra la gente in una piazza di montagna. In una domenica d’agosto, dove insieme si sta bene.

appenninica


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Quando i libri arrivano in spiaggia

bagnovenezia

Lido di Camaiore, un tardo pomeriggio di agosto. Non c’è un alito di brezza, il sudore inzuppa la camicia. Del resto sono partito due orette fa da Firenze e lì sì che era un inferno, qui almeno la vista si spalanca sul mare.

C’è tempo per una passeggiata sul lungomare. Giusto per ritrovare il bambino che ero, le villeggiature con babbo e mamma. Lunghe pigre settimane di castelli sulla spiaggia, piste per le biglie dei ciclisti, spedizioni in triciclo fino al cinema Cristallo. Effetto Amarcord, cosa è rimasto e cosa non c’è più: in questa seconda categoria anche l’edicola con i libri di Salgari in offerta e la pizzeria con i profumi del forno a legna che erano una certezza, quella era la pizza più buona del mondo.

Eccomi arrivato, giusto a due passi dal Conchiglia, l’ombrellone, le sdraio, le cabine di una volta. Questo invece è il Bagno Venezia: e se sono qui è perché sono stato invitato per l’ultima serata di Un mare di libri, rassegna curata da Demetrio Brandi in una splendida terrazza conquistata agli aperitivi e ai pianisti di evergreen con basi registrate.

Incredibile, qui si parla di libri. Incredibile c’è gente che ha scelto di regalarsi due orette così, strappandole ai giochi e ai pisolini da spiaggia. Incredibile, accanto al bar c’è persino uno scaffale per il bookcrossing: non mancano i volumi appetibili.

Finalmente si alza la brezza, il sole è un disco rosso che sta per salutare. Mica male una Versilia così, una Versilia che non è solo svacco e movida. Sarebbe bello pensare che in tanti altri bagni delle nostre coste stia succedendo qualcosa di simile: scrittori ospitati, libri che girano tra mojitos e coppe del nonno. E perché no, magari anche un gruppo di lettura volante, per un’estate sotto l’ombrellone.

In ogni caso al Bagno Venezia il libro è arrivato dove non era scontato. Festeggio con una bella birra e i piedi tuffati nella sabbia più fine.


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Alla Palazzina dell’Indiano, col vento dell’Ovest

indiano

Metti un venerdì di luglio, nel tardo pomeriggio, la città che si svuota per il fine settimana e si rovescia sulle strisce d’asfalto direzione mare. Metti invece il sottoscritto in bicicletta, placidamente in bicicletta, verso le Cascine, il polmone verde di Firenze che si distende lungo l’Arno, là dove Firenze in effetti sta diventando qualcos’altro.

L’ultimo lembo delle Cascine, la meta di altre pedalate giusto per salutare il monumento all’Indiano, il giovane maragià che nell’Ottocento venne a morire a Firenze, il suo corpo bruciato e affidato alle acque del fiume.

Oltre c’è il ponte che con la sua fisionomia sembra appartenere a un altro paese e direi anche a un altro continente. Oltre c’è l’Arno che se ne va e pare sottrarsi a tutto ciò che appartiene all’uomo, forse è già un’allusione al mare, la nostalgia per un’acqua più vasta.

Beh, questa volta non si tratta di fermarsi, salutare il giovane maragià e girare indietro. Questa volta sono qui perché è qui che voglio essere, proprio in questo ultimo lembo delle Cascine.

Da poche settimane è stato restituita a nuova vita la Palazzina che si affaccia sull’Arno e sul ponte. Dopo anni di inattività e di degrado, ha  riaperto un posto che un tempo fu glorioso centro sociale, con concerti che non sono stati dimenticati.

Oggi è la Palazzina Indiano Arte, l’ha preso in concessione, ristrutturato, riaperto il Centro Nazionale di Produzione di Virgilio Sieni, si propone di essere spazio creativo, laboratorio permanente, residenza per artisti. Molte cose, e diverse, chissà quante si realizzeranno e come. Intanto ci sono le amiche della Libreria Tatata, che propongono i primi incontri con autori di rilievo (a prescindere dal sottoscritto): c’è già stato Tiziano Fratus, a fine agosto arriveranno Marino Magliani e Mauro Daltin. Intanto ci sono corsi per bambini e passeggiate a tema.

Io ci sono arrivato la prima volta solo ieri, per presentare Man on the road, il mio piccolo libro su Jack Kerouac uscito per Clichy. Però mi sono anche distratto.

Guardavo l’Indiano alle mie spalle e mi sono detto che sarebbe bello scrivere un libro su questo giovane strappato troppo presto alla vita, allo stesso modo di Percy Bysshe Shelley, il grande poeta romantico che alle Cascine trovò l’ispirazione per l’Ode al vento occidentale, prima di affogare nel mare toscano.

Godevo di una sorprendente brezza – qui in effetti è altra cosa rispetto ai bollori del centro – e mi interrogavo su dove vanno i venti: una domanda che, in effetti, starebbe bene sulle labbra del grande Jack. A proposito consiglio di lettura. Nick Hunt, Dove soffiano i venti selvaggi.

Palazzina dell’Indiano: anche un luogo di sosta e contemplazione, così leggo sul sito. Mi piace. Mi piace che nella mia città – nel mio paese – capiti ancora, ogni tanto, di salutare l’apertura di posti che mettano insieme cultura, socialità e perché no, contemplazione.

A lungo sono stato indeciso se farmi uno spritz o una birra, seguendo il sole che scendeva a ovest. Sognando Denver e le Montagne Rocciose.

indiano


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Sulle strade, il festival che non ti aspetti

 

sullestrade

Certo, in Italia ci saranno festival del viaggio più conosciuti e più consolidati. E certo avranno in programma ospiti senz’altro di maggior richiamo del sottoscritto, peraltro con pretese assolutamente diverse. Ma che dire, sono reduce da Sulle Strade, alla sua prima edizione. E anche se c’è già un giorno e diverse centinaia di chilometri a separarmene, coccolo ancora il piacere di averci partecipato, anzi, con una punta di orgoglio, di aver addirittura partecipato all’incontro di apertura.

C’è qualcosa di bello comunque in ogni prima volta che chiama in causa la cultura e la voglia di guardare e appartenere al mondo, tanto più se il soggetto promotore è un piccolo comune – Fumane – di un territorio bellissimo  – la Valpolicella – ma più noto per il vino che altro. Io però ho anche altri buoni argomenti, che richiamo in ordine sparso.

  • Per esempio il fatto che appena arrivato, poco prima dell’inaugurazione, ho percepito l’entusiasmo di tutto coloro che avevano preso parte alla costruzione del festival, compreso diverse decine di volontari.
  • Per esempio il fatto che mi sono trovato in un posto bellissimo, tra colline e vigneti, per di più con gli incontri ospitati in un centro di maturazione delle uve, anche questo un qualcosa che ha una forte valenza simbolica, quasi a unire la terra sotto i piedi e il sogno del mondo.
  • Per esempio il fatto che non è un festival del viaggio, ma più propriamente un festival del libro di viaggio, ben venga in un’epoca in cui il libro è negletto e anche qualche viaggiatore ritiene di poter rinunciare al libro e al taccuino, roba comunque da sacrificare al cospetto del navigatore.
  • Per esempio il fatto che uno non si sente scaraventato all’interno di un evento, ma accolto da una comunità di cui fanno parte anche i produttori di vino – che meraviglia il vino di queste parti – o gli amministratori, oppure anche i proprietari dei ristoranti e dei bed & breakfast,
  • Per esempio il fatto che sul palco non sono saliti solo autori o persone in qualche modo titolate, ma anche persone come tutti noi, che avevano da raccontare una loro esperienza.

Mi fermo qui. Non ho detto grandi cose, ma  richiamano ciò che penso dei festival. Mi diceva l’ideatore – Giorgio, libraio di Verona – che questa cosa ce l’ha avuta per la testa per 17 anni, solo che finora non era riuscito a muovere niente. Poi una volta deve aver parlato con qualcuno a Fumane e la cosa – sarà stato complice un bicchiere di troppo? – non è più stata un’idea, ma un progetto.

Mi fa bene pensare che a volte le cose vengono fuori così, quando magari non te l’aspetti più, con una chiacchiera o un brindisi che è una porta che si spalanca. Basta non averla sprangata prima quella porta, per rassegnazione sopraggiunta.

Ora, 17 anni dopo, penso che Sulle strade possa avere un gran bel futuro davanti. Io sto già accarezzando l’idea di tornarci. Come uno dei tanti curiosi che non cercano il protagonista, ma altricuriosi fatti della stessa pasta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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E della Polonia voi che ne sapete?

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Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire.

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chisi contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così.

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi,, Fusta editore 2018)

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Quella latteria ai piedi della latteria

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Mettete una vecchia latteria sociale, a cui un tempo gli allevatori della zona portavano ogni giorno il latte, per fare un formaggio che aveva anche il sapore della comunità. Aggiungete un’associazione che di questo posto si prende cura, perché se la produzione della latteria ormai è finita da molti anni, la struttura funziona come luogo della memoria, come possibilità didattica per gli studenti, come sede di incontri.

E’ tutto questo Casel de Celarda, una di quelle realtà così periferiche e minuscole che è facile passino inosservate, solo che il nostro paese, anzi, il meglio del nostro paese, è fatto proprio di queste realtà.

E dunque ecco che una sera capito proprio qui, grazie agli amici di Avventure nel Mondo. A centinaia di chilometri da casa. Gli Appennini da scavalcare e poi la pianura emiliana e veneta da attraversare tutta, con la successione di capannoni industriali e centri commerciali che non finisce mai di impressionarmi. Quindi il corso del Piave da risalire e infine la vista mozzafiato sulle Dolomiti. Celarda, un pugno di case sotto i monti dalle parti di Feltre più un’importante oasi naturalistica.

Mi hanno chiamato per parlare dei miei viaggi in Europa, quelli che ho raccontato in libri sull’Olanda, sull’Inghilterra, in Polonia. Qualche foto a scorrere alle spalle, le mie parole a proporre storie e soprattutto a divagare. Mi stupisco che ci siano persone che stasera vogliono ascoltare le mie parole.

Fuori il rumore dell’acqua che per secoli ha messo in movimento le pale del mulino. Fuori le ombre della sera che si distendono su tutta la vallata.

Potrebbe essere un salotto di casa. E mi sento come a casa. Però nello stesso tempo mi riscopro cittadino di Europa, cittadino del mondo. I fiumi di Europa e questo torrente che per tutta la notte mi terrà compagnia col suo mormorio.