Tra i monti, il Masetto è un crocevia

masetto5.JPGValeva la pena, un viaggio così lungo per così poco tempo, in un fine settimana di afa e ingorghi? Da Firenze a Rovereto, quindi da Rovereto su per i monti del Trentino, attraverso la valle del Terragnolo, curva dopo curva. Come altri in questo luglio, certo, solo vuoi mettere con i loro obiettivi chiari e i programmi rilassati, evidenti già negli zaini e nei bastoncini da trekking. Il sottoscritto, invece:  perché spingersi fin quassù per presentare un  libro? Ha già girato tanto, L’ambasciatore delle foreste, forse per una volta poteva contentarsi del divano di casa.

Valeva la pena? Intanto i monti sono bellissimi, una corona di abeti e roccia intorno, l’odore delle resine e il sentimento della distanza. Poi ecco, arrivo: il Masetto, ovvero il piccolo maso, guarda la valle, è una meraviglia. Sopra i boschi e la foresteria, sotto il recinto delle capre, in mezzo un bello spiazzo con le panche e i tavoli che si capisce subito che è una bella piazza per i saluti e gli incontri, come dovrebbe essere in ogni città, in ogni quartiere, invece io la trovo qui. 

 

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Il Masetto, scopro, è assai di più di una struttura ben ristrutturata e ben tenuta. Basta gettare uno sguardo ai libri esposti – sorpresa: c’è più design che mappe di cammino, più architettura che guide sui fiori e i funghi – basta consultare il programma dell’estate oppure salire su per le scale di legno fino alle aule laboratorio, per capire che è un posto veramente particolare. Da qualche anno promuove turismo che non porta via, ma semmai lascia qualcosa che non è solo la possibilità di mandare avanti un lavoro. Mette insieme la cucina di montagna e l’editoria internazionale, l’allevamento con la divulgazione scientifica, il gioco per i bambini e la narrazione del paesaggio e altro, molte altre cose. E non sai se applaudire o invidiare Giulia e Gianni, che ne sono animatori. 

Valeva la pena? Intanto faccio conoscenza anche con Elisa e Federico della libreria Due Punti di Trento, perché tra le cose del Masetto c’è anche la presenza per il fine settimana di una libreria indipendente che propone la sua scelta di titoli e organizza incontri con gli autori, è grazie a loro se sono qui. Ci vuole niente perché scatti l’empatia. Loro sono aperti da meno di un anno, sono contenti di come è cominciata la loro avventura,  si capisce subito che mettono in gioco coraggio, competenza, entusiasmo. Per una volta mi sono dimenticato di dire che considero le librerie indipendenti dei presidi di civiltà, mi permetto la retorica perché ne sono convinto. Glielo dirò quando torno a trovarli a Trento.

 

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Valeva la pena? Intanto ascolto la presentazione di un’associazione di ragazzi e ragazze di Parma che fanno una radio web e producono una rivista – Sugli Alberi – che mi sembra particolarmente bella e originale: come gli è venuta in mente? Pare che facciano progetti insieme da una decina di anni, da quando erano sui banchi di scuola insieme. Tra loro c’è anche molta amicizia, lo scoprirò dopo a cena.

Valeva la pena? Mi sto ripetendo, sicuro, però scopro anche che in questi giorni, è ospitato Camposaz, un workshop internazionale di architettura partecipata. Giovani architetti da tutta Italia – ma anche dalla Svezia, dalla Croazia, dal Portogallo – stanno lavorando nella frazione di Geroli, semiabbandonata ma ancora con una sua comunità e una sua identità: hanno progettato installazioni negli spazi pubblici, li hanno realizzati a tempo di record, mentre tiravano su il nuovo spazio giochi o una terrazza coperta in legno hanno trovato il tempo anche per raccogliere le storie, i consigli, le merende e le grappe degli abitanti. Una bella storia di giovani professionisti, di incontro tra giovani e meno giovani, di rigenerazione di un paese di montagna, di rispetto per il paesaggio che fa ben sperare anche per la battaglia più dura che la valle si sta trovando a combattere, contro un nuovo tracciato autostradale.

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Intanto di paesaggio – e di vita di comunità tra passato e futuro – si parla anche con il geografico Mauro Varotto dell’università di padova, con Elena Turetti responsabile del distretto culturale della Val Camonica – mannaggia, prima o poi dovrò andarci – con le rappresentanti del festival Sette giorni per paesaggi di Piacenza. Idee, progetti, relazioni da cui qualcoa potrà discendere. 

Valeva la pena? Evidente che sì, sono salito in montagna e ho trovato un mondo. Mi aspettavo un maso e ho scoperto un’agorà. Temevo – e la temo ancora – un’autostrada, ma intanto ho scovato un crocevia che mi porterà altrove in Italia. L’Italia migliore, evidente, quella che non ci raccontano i telegiornali, quella che ci dà speranza, non sangue cattivo.

Valeva la pena, sì: prossima volta con più tempo da regalarmi. 

Il viaggio che nella mia Firenze non finisce mai

cittàdeilettoriCamminatore nella mia città, ma anche archeologo della mia città. I miei passi nutrono la curiosità, disseppelliscono storie.

Così mi muovo lungo il confine tra ciò che mi è ovvio e ciò che mi è nuovo. Ritrovo ciò che conoscevo, scopro ciò che ancora non conoscevo. Vedo ciò che non ho visto, ma soprattutto torno a vedere ciò che ho visto. Perché ha ragione il grande Josè Saramago, a proposito dei viaggi che non finiscono mai. A finire semmai sono i viaggiatori….

(da Paolo Ciampi, Gli occhi di Firenze, Bottega Errante)

E grazie a La città dei Lettori, magnifico festival capace di uscire la bellezza della lettura alla bellezza della mia città, che per tre volte mi ha consentito di camminare in compagnia per Firenze, scovando storie, leggendo pagine, narrando insieme una città di sguardi e sogni….

 

Alla stazione di Gorizia, col libro delle 18.03

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A Gorizia? Io non ci sono mai andato a Gorizia, non conosco nessuno di Gorizia, vai a sapere come sarà presentare un mio libro a Gorizia, se ne vale persino la pena. Per me è lontana, Gorizia, veramente lontana. E questo, se non altro, è già un buon motivo. Presentare libri in giro, che alibi per andare in giro.

Arrivo presto a Gorizia. Ho il tempo di attraversarla a piedi, di raggiungere un posto di cui ho sentito parlare e che di per sé potrebbe bastarmi. Di qui una volta passava un confine che era muro, frontiera da filo spinato e guardie da avere paura: l’Italia di qua, la Jugoslavia di là. Oggi è solo una piazza e sembra una festa: i muri cadono, finiscono sempre per cadere, questa è la lezione.

Due passi e sono di là, in Slovenia. La stazione sembra un salto nel tempo, con i sedili e le biglietterie di legno lucido, roba da Impero. Il capotreno che alza la paletta per la partenza potrebbe stare in un film. E il bar non è uno dei bar anonimi o squallidi, più spesso insieme anonimi e squallidi, di tante italiche stazioni: ci potrebbe anche stare un bel boccale di birra Lasko.

Però no, dalla stazione di Nova Gorica devo tornare indietro fino alla stazione di Gorizia: perché è qui, non in una libreria, che si terrà la mia presentazione. Meraviglia, chi l’avrebbe detto. Parlare di libri con i treni che a pochi metri vanno e vengono. Questa sala che una volta era un deposito oggi è un posto dove si fa cultura. Intorno la gente si separa o si ritrova, le locomotive accelerano o frenano. Intorno ci sono le montagne e c’è un confine che comunque è un confine. Ma qui, in questa sala, si respira una strana quiete, come una sospensione nel tempo, una bolla nello spazio.

Organizza l’associazione del Libro delle 18.03, nome magnifico visto il luogo. Anche gli incontri hanno un che delle partenze – o degli arrivi: alle 18.03 si comincia.

E incredibile, ad accogliermi c’è Paolo Polli con diverse altre persone. Funziona tutto in un modo cui non sono abituato: ci sono persino la cartella con la rassegna stampa, la ripresa per lo streaming e il servizio fotografico, la firma dell’autore sul manifesto e due bottiglie per brindare, cosa che non guasta mai.

Ma soprattutto ci sono persone con cui parlare di libri e di storie nemmeno si fosse nel salotto di casa. Qui, in questo ultimo lembo di Italia, in una stazione di confine.

Vado via e so che in qualche modo sono rimasto. Forse tornerò. Di certo c’è un’altra puntina colorata nella mia mappa del paese migliore di quanto si creda.

 

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A Matera, travolto dai bersaglieri

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Matera 2019. Mi aspetto di trovare i progetti e le attrattive della capitale europea della cultura – e grazie a qualche amico anche la resistenza di una città che intendere restare fedele alle sue radici. Trovo il raduno nazionale dei bersaglieri, la città invasa dalle piume nere e dalle fanfare. 

Quanti sono?, domando seduto al Falco Grillaio, trattoria che mi sta imbandendo con generosità pecorino di gravina e salsiccia arrosto, il tutto ben innaffiato dal rosso delle Murge. Dicono 70, 100 mila.

Fuori si scatena la festa nazional-popolare, io sono solo alla seconda domanda: berranno come gli alpini? Poco prima al bar ne ho beccato uno contrariato dalla gradazione alcolica del Lucano. Non ha un amaro più sostenuto? Domanda sua, non mia, a me il Lucano va benissimo.

Io intanto ho già lasciato il Falco Grillaio, ha raggiunto la piazza gremita di bersaglieri di ogni dove e famiglie, pensare che la parata sarà solo domani. Terza domanda: quanti ce ne saranno qui che la pensano più o meno come me?  La folla ondeggia, parte un hip hip hurrà che qualcosa scuote dentro. E quanti galli cedroni ci hanno lasciato le penne, letteralmente? Quarta domanda.

Intanto la fanfara è passata al Piave che mormorava: non passa lo straniero. Qualcosa mi disturba: sarà che mi considero io lo straniero. Quinta domanda: che ci faccio io qui?

Scontata, lo so. Meno scontata sarebbe la sesta: a questa Italia quanto ha da dire, quanto riesce a dire, l’Italia per cui faccio il tifo? Nel frattempo la fanfara attacca Nel blu dipinto di blu, le trombe puntate al cielo.

Scopro di avere i lucciconi, sarà il vino? Applaudo. Viva la Romania, grida un bambino che mi scivola al fianco. Applaudo anche lui. Popolo è davvero una visione relativa. Popolo è qui,  popolo è ciò di cui spesso ci si riempie la bocca. 

I libri fanno bene all’ospedale

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Firenze, anzi, Bagno a Ripoli, ospedale di Ponte a Niccheri. Fuori è già primavera, ma in corridoio, nelle stanze dei ricoverati non sembra. L’umore è decisamente basso.

Poi, guarda caso, dal corridoio sbuca il volontario con un carrettino pieno di libri. Sono volumi della vicina biblioteca comunale, che fa servizio anche in corsia, per chi è costretto in un letto di ospedale.

Si avvicina ai pazienti, chiede con premura se si ha voglia di leggere. Poi suggerisce qualche titolo. Sì, ci sono anche i romanzi di Camilleri.

Non sarà niente di che, eppure è come se attraverso le finestre filtrasse un raggio di sole. Provo orgoglio per una sanità dove c’è posto anche per questa attività e gratitudine per chi ha scelto di fare volontariato portando libri in un posto come questo – sarebbe lo stesso certo anche per un carcere o una periferia.

E sono sempre più convinto che i libri, sì, i cari vecchi libri, possono essere compagni preziosi persino nei momenti più difficili….

La libreria che ci rende più sicuri

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Meno male che non c’è solo il bollettino delle perdite, sul fronte delle librerie. Ogni tanto passa qualche buona notizia e fa bene al morale intercettarla e tenersela stretta.

Per questo mi piace segnalarvi cosa è successo a Grosseto: non a Roma o a Milano, neppure a Firenze, perché è così, sempre più spesso nel nostro paese le buone notizie arrivano da dove non ci si aspetta.

A Grosseto da pochi mesi è nata una nuova libreria – Quanto Basta – con una particolare attenzione ai temi del viaggio: e già questa è senz’altro una buona notizia. Però se ci capitate, anche solo per dare un’occhiata, scoprirete che dentro ci sono diverse altre cose: per esempio un piccolo laboratorio artigiano, dove si producono oggetti e si tengono corsi di ceramica. Per esempio  un bar – che ha un’altra gestione – cui si accede anche tramite una scala interna.

Ma la cosa più interessante  è che questa realtà è partita grazie all’inserimento in un progetto pilota per la sicurezza urbana, con un bando per il recupero di fondi sfitti in quartieri in difficoltà. C’è più sicurezza – questo il ragionamento – dove ci sono negozi in esercizio, attività sociali e culturali, persone che animano una strada o una piazza con le loro iniziative. E diciamola tutta: meglio così che il coprifuoco.

Un’alternativa ragionevole, verrebbe da dire, a chi cavalca paure e invoca ronde. Ma soprattutto mi piace che si possa considerare una libreria come un pezzo significativo di una città più viva, più accogliente e persino più sicura.

Prova provata e riprovata: una libreria non è solo un negozio di libri. Per questo bisognerebbe tenerla come cosa cara. E se farla funzionare significa comprarci qualcosa – non è solo un negozio ma deve avere i conti in ordine come un negozio – ben venga. Non avrete il pacchetto di Amazon a casa, ma avrete i sorrisi, i consigli, le proposte di ragazzi in gamba.

Come è successo a me, l’altra sera, per la presentazione de L’ambasciatore delle foreste. Con quante idee sono tornato a casa. Quasi quasi ci ritorno presto.

Un gatto in libreria….

Lei è Lola…. e per la prima volta ho ceduto alla tentazione di postare un’immagine felina sui social. Una di quelle cose di cui un po’ ci si vergogna, come vedere la finale di Sanremo dall’inizio alla fine e magari fare persino il tifo. Un po’ nazionalpopolare, lo ammetto.

Però un gatto vuol dire casa, una libreria vuol dire casa (vago ricordo di Cicerone che affermava che una casa senza libri è come una stanza senza finestre), figurarsi un gatto in libreria…

E casa è ciò che rende più bello il ritorno…

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Il colibrì, il fuoco e le mie librerie

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Vedete, un pensiero, l’ultimo su questo blog per il 2018, lo voglio dedicare ai librai. In particolare ai librai delle piccole librerie indipendenti che, malgrado tutto, ancora esistono e resistono in Italia.

Diversi di loro ho avuto modo di conoscerli di persona in occasione di qualche incontro, altri sono solo un nome, una presenza sui social, un’insegna che riesce comunque a rassicurarmi.  Mi auguro di conoscerli di persona: e di persona vorrà dire entrare nella loro libreria, considerare le loro vetrine, i libri che scelgono, le idee e le passioni che li animano.

Ho nascosto in uno dei cassetti dei miei sogni l’idea di fare il libraio. Ogni tanto spunta fuori e la ricaccio dentro, con tutto l’immaginario che ci ho costruito intorno e che di tanto in tanto mi viene aizzato contro da qualche titolo – tipo Vita da libraio di Shaun Bythell, per intendersi.  Per fortuna, mi viene da dire, oltre alle competenze mi manca il coraggio: una mia libreria è come un altrove da non disturbare con un viaggio vero.

Però le librerie restano i posti dove più di tutti mi sento a casa.  I miei amici, certo, potrebbero aggiungere: anche i pub. E dovrei dare loro ragione.  In effetti c’è qualcosa che unisce i pub e le librerie e che va oltre il boccale e il libro: ovvero la possibilità di intrecciare conversazioni e in questo modo di sentirsi parte di una comunità.

Con la mia particolare fissazione per i libri che parlano di libri, ecco, ho appena finito di rileggere 84 Charing Cross di Helene Hanff. Sono pagine magnifiche, che raccontano della relazione di anni e anni tra una lettrice americana e un libraio di Londra. Persino a distanza e con i libri inviati per posta: eppure niente a che vedere con Amazon,  perché con Amazon non ci sarebbe stato niente di tutto questo, a parte i libri infilati in una busta, tutto sommato il meno.

E quella era una relazione a distanza, figurarsi se avete la fortuna di una libreria vicino. Io sono tra quei fortunati: ci passo davanti due volte al giorno, quando vado e torno dal lavoro. Talvolta mi fermo per scambiare due parole e qualche consiglio. A volte un titolo che suggerisco io, più spesso, ovvio, un titolo che mi viene suggerito.  Succede che qualcosa venga fuori da una conversazione a cui tendo l’orecchio o da qualche altro lettore.

Come l’altro giorno, in cui il mio spacciatore di libri sotto casa stava chiacchierando con un ragazzo proponendogli un autore di cui non avevo mai intercettato nemmeno il nome: Laurent Mauvignier. Potente, diceva, un pugno nello stomaco, ma davvero bello.  Chiaro che non sono tornato a casa senza un suo libro: Storia di un oblio. Poco più di sessanta pagine: le ho fulminate la sera stessa, ho incassato il pugno allo stomaco e sono ancora qui che ci rimugino contento.

Il fatto è che scrivo tutto questo con la stessa malinconia che mi prende quando un collega a cui voglio bene va in pensione o quando uno scrittore che amo – oggi dico e per un pezzo dirò: Amos Oz – ci lascia e lasciandoci ci sottrae la speranza di leggerlo ancora.

In questi ultimi giorni dell’anno si tirano le somme e spesso in questo modo si tirano giù anche i bandoni. Così conto già quattro librerie che tra il 25 dicembre e il primo gennaio hanno deciso di chiudere. Tra di esse librerie che conosco e librerie di cui ho solo avuto notizia: immagino, temo, che saranno di più. Per ognuna di esse mi sembra non solo di essere anch’io un po’ più povero. Di più, è come se io stesso fossi chiamato in causa con le parole di John Donne: e perciò non chiederti per chi suona la campana. Suona per te.

Addirittura, direte voi. Beh, ognuno ha le sue battaglie, piccole e grandi che siano. Io penso che una città senza librerie sia una iattura, che un quartiere senza librerie sia comunque periferia. Penso anche che sostenere librerie, riempirle di lettori, sia una via per costruire una società migliore. O per lo meno per procedere in quella direzione. Un po’ come la storia del colibrì che di fronte all’incendio provava a spengerlo portando gocce d’acqua: faccio quel che posso, diceva a chi lo irrideva.

Sì, è questo: lascerò ai librai il mestiere da librai e piuttosto farò il colibrì. Ogni libro comprato in libreria una goccia d’acqua. Non male comunque se i colibrì saranno tanti, tutti convinti che, solo per dirne una, un libro al supermercato non è la stessa cosa.

Figurarsi che non sono nemmeno pessimista. L’umanità – sosteneva il grande Umberto Eco –  è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso.

Di questo sono convinto. Il libro come la ruota, inventate voi qualcosa di meglio. Se proprio volete provateci anche con la libreria.

 

Ps: la mia libreria sotto casa è L’Ora Blu di Firenze. Un giorno però mi piacerebbe fissare su una carta di Italia tutte le librerie che conosco e che amo: per ognuna una puntina da disegno e un pensiero.

In cammino di libreria in libreria

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Metti un sabato diverso nella Firenze travolta dallo shopping natalizio. Un sabato di parole e passi, di bolle di silenzio e di magie in musica. Un sabato che si sottrae a smanie e urgenze per imporre le ragioni della lentezza e persino della bellezza. Può succedere, persino in questi giorni. Può succedere e non costa nulla, né pretende un miracolo.

Merito di Walden Viaggi a piedi, con quella fucina di idee che è Alessandro Vergari. Gli ingredienti sono venuti da sé: due librerie di viaggio per una proposta di cammino da un capo all’altro della città, ma anche per difendere l’idea che le librerie sono luoghi di civiltà, che meritano anche un po’ di fatica; le letture di Andrea Semplici e del sottoscritto, tra libri già editi e libri che forse lo saranno; il sax di Susanna Cruciani a fare da contrappunto alla tentazione delle parole di troppo; e poi tutti coloro che hanno voluto esserci, a mescolare cammini e chiacchiere.

Tutto qui. Partecipazione gratuita e libera – recitava il volantino – cercate solo di essere presenti alle fermate che faremo.

Partenza alla libreria Tatata, anche per dire due cose su L’ambasciatore delle foreste. Arrivo alla libreria On the road, così da ascoltare l’amico Paolo Merlini e il modo diverso di viaggiare che racconta nel suo La felicità corre in corriera.

In mezzo quante cose. Come l’incredibile silenzio, anzi, l’incredibile vuoto in Santissima Annunziata, piazza che è quasi un simbolo del Rinascimento fiorentino e della sua umanità: a poche centinaia di metri dalla ressa ai negozi, dalle comitive dei turisti.

E giuro, non mi dimenticherò tanto facilmente quanto è successo in piazza della Vittoria, sotto il liceo Dante, che fu il mio liceo, groppo di nostalgia. Un gruppo di ragazzi che esce, ci viene incontro, tira fuori gli strumenti per tenere compagnia al nostro sax. Musica insieme, coro a più voci: e la loro Bohemian Rapsody è roba da lucciconi.

Insomma, basta crederci, almeno per un giorno. Non ci vuole molto per il sogno di un’altra città.

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Metti un sabato piovoso, in libreria

Metti un sabato pomeriggio di novembre, cielo plumbeo e raffiche di pioggia, tempo che avresti voglia tu di rimanere rintanato in casa, divano e tè con biscotti, figurarsi gli altri. Chi avrà mai voglia di fare un salto in libreria – a Poppi, non a Firenze – per ascoltarti mentre parli di carte geografiche, pulsioni al viaggio, inquieti per definizione come Jack Kerouac? 

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Già, chi avrà mai voglia? E ne varrà davvero la pena?

Poi è andata come è andata: a ulteriore dimostrazione che se non si va non si vede. E che i pronostici sono fatti per essere smentiti. Ne vale la pena se ad accoglierti c’è un posto come la libreria Lina Giorgi e una giornalista capace e appassionata come Rossana Farini.  Se sei dentro un ciclo di incontri organizzato con intelligenza. E se per questi incontri sono state messe in gioco anche alcune idee in più, che perché no, possono valere come buoni suggerimenti anche per altri.

Per esempio la diretta social realizzata dalla testata Casentinopiù. E già, perché non far convivere un incontro reale con uno virtuale, utilizzare il primo a vantaggio del secondo e viceversa, puntando a un gioco che non sia somma zero?

La cosa si accompagna bene anche alla seconda idea, realizzata grazie a una piccola sponsorizzazione. Alla fine di ogni incontro sono estratti a sorte cinque numeri per regalare cinque libri (non quelli oggetto dell’incontro)…. Mica male, è un altro modo di mettere in circolazione libri, di sostenere la libreria, di tenere fino in fondo le persone….

Le persone davvero presenti, mica quelle sui social. Che hanno evitato la pioggia, ma vuoi mettere, forse hanno perso un libro da portarsi a casa.