Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Firenze può essere il viaggio più lontano

«Non dare niente per scontato. Prescindere da ciò che si dice e legge. Evitare tappe obbligate e informazioni a uso e consumo. Privilegiare dettagli e note a margine, al posto di ciò che è assolutamente da vedere. E, in questo modo, predisporsi a possibili epifanie e abitare poeticamente Firenze».

È una delle città più fotografate, raccontate, celebrate al mondo, eppure ci sono ancora tanti modi di raccontarla.

Dipende dall’attenzione che le si dedica, dalle storie che si è pronti ad ascoltare, dalle strade in cui è ancora bello perdersi, fuori dai pochi metri quadrati dove si concentrano i turisti. La Firenze di un fiorentino come Paolo Ciampi, viaggiatore lento e inquieto, diventa allora un altrove di sogni, misteri, sorprese, più di tante altre destinazioni.

Forse il viaggio più lontano, anche se comincia fuori della porta di casa, passa per il pub di quartiere e si conclude nell’osteria degli amici di sempre: da mattina a sera in un incessante smarrirsi e ritrovarsi.

 


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La libreria che ci rende più sicuri

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Meno male che non c’è solo il bollettino delle perdite, sul fronte delle librerie. Ogni tanto passa qualche buona notizia e fa bene al morale intercettarla e tenersela stretta.

Per questo mi piace segnalarvi cosa è successo a Grosseto: non a Roma o a Milano, neppure a Firenze, perché è così, sempre più spesso nel nostro paese le buone notizie arrivano da dove non ci si aspetta.

A Grosseto da pochi mesi è nata una nuova libreria – Quanto Basta – con una particolare attenzione ai temi del viaggio: e già questa è senz’altro una buona notizia. Però se ci capitate, anche solo per dare un’occhiata, scoprirete che dentro ci sono diverse altre cose: per esempio un piccolo laboratorio artigiano, dove si producono oggetti e si tengono corsi di ceramica. Per esempio  un bar – che ha un’altra gestione – cui si accede anche tramite una scala interna.

Ma la cosa più interessante  è che questa realtà è partita grazie all’inserimento in un progetto pilota per la sicurezza urbana, con un bando per il recupero di fondi sfitti in quartieri in difficoltà. C’è più sicurezza – questo il ragionamento – dove ci sono negozi in esercizio, attività sociali e culturali, persone che animano una strada o una piazza con le loro iniziative. E diciamola tutta: meglio così che il coprifuoco.

Un’alternativa ragionevole, verrebbe da dire, a chi cavalca paure e invoca ronde. Ma soprattutto mi piace che si possa considerare una libreria come un pezzo significativo di una città più viva, più accogliente e persino più sicura.

Prova provata e riprovata: una libreria non è solo un negozio di libri. Per questo bisognerebbe tenerla come cosa cara. E se farla funzionare significa comprarci qualcosa – non è solo un negozio ma deve avere i conti in ordine come un negozio – ben venga. Non avrete il pacchetto di Amazon a casa, ma avrete i sorrisi, i consigli, le proposte di ragazzi in gamba.

Come è successo a me, l’altra sera, per la presentazione de L’ambasciatore delle foreste. Con quante idee sono tornato a casa. Quasi quasi ci ritorno presto.


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Un gatto in libreria….

Lei è Lola…. e per la prima volta ho ceduto alla tentazione di postare un’immagine felina sui social. Una di quelle cose di cui un po’ ci si vergogna, come vedere la finale di Sanremo dall’inizio alla fine e magari fare persino il tifo. Un po’ nazionalpopolare, lo ammetto.

Però un gatto vuol dire casa, una libreria vuol dire casa (vago ricordo di Cicerone che affermava che una casa senza libri è come una stanza senza finestre), figurarsi un gatto in libreria…

E casa è ciò che rende più bello il ritorno…

lola


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Il colibrì, il fuoco e le mie librerie

libri

Vedete, un pensiero, l’ultimo su questo blog per il 2018, lo voglio dedicare ai librai. In particolare ai librai delle piccole librerie indipendenti che, malgrado tutto, ancora esistono e resistono in Italia.

Diversi di loro ho avuto modo di conoscerli di persona in occasione di qualche incontro, altri sono solo un nome, una presenza sui social, un’insegna che riesce comunque a rassicurarmi.  Mi auguro di conoscerli di persona: e di persona vorrà dire entrare nella loro libreria, considerare le loro vetrine, i libri che scelgono, le idee e le passioni che li animano.

Ho nascosto in uno dei cassetti dei miei sogni l’idea di fare il libraio. Ogni tanto spunta fuori e la ricaccio dentro, con tutto l’immaginario che ci ho costruito intorno e che di tanto in tanto mi viene aizzato contro da qualche titolo – tipo Vita da libraio di Shaun Bythell, per intendersi.  Per fortuna, mi viene da dire, oltre alle competenze mi manca il coraggio: una mia libreria è come un altrove da non disturbare con un viaggio vero.

Però le librerie restano i posti dove più di tutti mi sento a casa.  I miei amici, certo, potrebbero aggiungere: anche i pub. E dovrei dare loro ragione.  In effetti c’è qualcosa che unisce i pub e le librerie e che va oltre il boccale e il libro: ovvero la possibilità di intrecciare conversazioni e in questo modo di sentirsi parte di una comunità.

Con la mia particolare fissazione per i libri che parlano di libri, ecco, ho appena finito di rileggere 84 Charing Cross di Helene Hanff. Sono pagine magnifiche, che raccontano della relazione di anni e anni tra una lettrice americana e un libraio di Londra. Persino a distanza e con i libri inviati per posta: eppure niente a che vedere con Amazon,  perché con Amazon non ci sarebbe stato niente di tutto questo, a parte i libri infilati in una busta, tutto sommato il meno.

E quella era una relazione a distanza, figurarsi se avete la fortuna di una libreria vicino. Io sono tra quei fortunati: ci passo davanti due volte al giorno, quando vado e torno dal lavoro. Talvolta mi fermo per scambiare due parole e qualche consiglio. A volte un titolo che suggerisco io, più spesso, ovvio, un titolo che mi viene suggerito.  Succede che qualcosa venga fuori da una conversazione a cui tendo l’orecchio o da qualche altro lettore.

Come l’altro giorno, in cui il mio spacciatore di libri sotto casa stava chiacchierando con un ragazzo proponendogli un autore di cui non avevo mai intercettato nemmeno il nome: Laurent Mauvignier. Potente, diceva, un pugno nello stomaco, ma davvero bello.  Chiaro che non sono tornato a casa senza un suo libro: Storia di un oblio. Poco più di sessanta pagine: le ho fulminate la sera stessa, ho incassato il pugno allo stomaco e sono ancora qui che ci rimugino contento.

Il fatto è che scrivo tutto questo con la stessa malinconia che mi prende quando un collega a cui voglio bene va in pensione o quando uno scrittore che amo – oggi dico e per un pezzo dirò: Amos Oz – ci lascia e lasciandoci ci sottrae la speranza di leggerlo ancora.

In questi ultimi giorni dell’anno si tirano le somme e spesso in questo modo si tirano giù anche i bandoni. Così conto già quattro librerie che tra il 25 dicembre e il primo gennaio hanno deciso di chiudere. Tra di esse librerie che conosco e librerie di cui ho solo avuto notizia: immagino, temo, che saranno di più. Per ognuna di esse mi sembra non solo di essere anch’io un po’ più povero. Di più, è come se io stesso fossi chiamato in causa con le parole di John Donne: e perciò non chiederti per chi suona la campana. Suona per te.

Addirittura, direte voi. Beh, ognuno ha le sue battaglie, piccole e grandi che siano. Io penso che una città senza librerie sia una iattura, che un quartiere senza librerie sia comunque periferia. Penso anche che sostenere librerie, riempirle di lettori, sia una via per costruire una società migliore. O per lo meno per procedere in quella direzione. Un po’ come la storia del colibrì che di fronte all’incendio provava a spengerlo portando gocce d’acqua: faccio quel che posso, diceva a chi lo irrideva.

Sì, è questo: lascerò ai librai il mestiere da librai e piuttosto farò il colibrì. Ogni libro comprato in libreria una goccia d’acqua. Non male comunque se i colibrì saranno tanti, tutti convinti che, solo per dirne una, un libro al supermercato non è la stessa cosa.

Figurarsi che non sono nemmeno pessimista. L’umanità – sosteneva il grande Umberto Eco –  è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso.

Di questo sono convinto. Il libro come la ruota, inventate voi qualcosa di meglio. Se proprio volete provateci anche con la libreria.

 

Ps: la mia libreria sotto casa è L’Ora Blu di Firenze. Un giorno però mi piacerebbe fissare su una carta di Italia tutte le librerie che conosco e che amo: per ognuna una puntina da disegno e un pensiero.

 

 

 

 


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In cammino di libreria in libreria

ciompi

Metti un sabato diverso nella Firenze travolta dallo shopping natalizio. Un sabato di parole e passi, di bolle di silenzio e di magie in musica. Un sabato che si sottrae a smanie e urgenze per imporre le ragioni della lentezza e persino della bellezza. Può succedere, persino in questi giorni. Può succedere e non costa nulla, né pretende un miracolo.

Merito di Walden Viaggi a piedi, con quella fucina di idee che è Alessandro Vergari. Gli ingredienti sono venuti da sé: due librerie di viaggio per una proposta di cammino da un capo all’altro della città, ma anche per difendere l’idea che le librerie sono luoghi di civiltà, che meritano anche un po’ di fatica; le letture di Andrea Semplici e del sottoscritto, tra libri già editi e libri che forse lo saranno; il sax di Susanna Cruciani a fare da contrappunto alla tentazione delle parole di troppo; e poi tutti coloro che hanno voluto esserci, a mescolare cammini e chiacchiere.

Tutto qui. Partecipazione gratuita e libera – recitava il volantino – cercate solo di essere presenti alle fermate che faremo.

Partenza alla libreria Tatata, anche per dire due cose su L’ambasciatore delle foreste. Arrivo alla libreria On the road, così da ascoltare l’amico Paolo Merlini e il modo diverso di viaggiare che racconta nel suo La felicità corre in corriera.

In mezzo quante cose. Come l’incredibile silenzio, anzi, l’incredibile vuoto in Santissima Annunziata, piazza che è quasi un simbolo del Rinascimento fiorentino e della sua umanità: a poche centinaia di metri dalla ressa ai negozi, dalle comitive dei turisti.

E giuro, non mi dimenticherò tanto facilmente quanto è successo in piazza della Vittoria, sotto il liceo Dante, che fu il mio liceo, groppo di nostalgia. Un gruppo di ragazzi che esce, ci viene incontro, tira fuori gli strumenti per tenere compagnia al nostro sax. Musica insieme, coro a più voci: e la loro Bohemian Rapsody è roba da lucciconi.

Insomma, basta crederci, almeno per un giorno. Non ci vuole molto per il sogno di un’altra città.

ontheroad

 

 

 


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L’ambasciatore comincia dal club nautico

marina

Poi si comincia con un altro libro e i libri è difficile che vendano da soli, bisogna andare in giro, presentarsi alle librerie e ai loro lettori, macinare chilometri a volte per vendere poche copie e tornarsene a casa troppo tardi. Succede di domandarsi se valga la pena. 

Va bene, cominciamo: via all’Ambasciatour, come scrive l’amico Patrizio Zurru. Oggi le prime copie de L’ambasciatore delle foreste (Arkadia editore) ono appena arrivate in libreria:  il libro è partito, come una nave ha sciolto gli ormeggi per rotte sconosciute, e ovviamente da questo momento è un po’ meno mio e un po’ più di chi avrà modo di leggerlo.

Cominciamo: e la prima tappa – curiosamente – non è una libreria, ma un posto tutto sommato poco credibile per una presentazione. La organizza Apuafarma, in collaborazione con gli educatori e le farmacie del comune di Carrara. A ospitarmi il bar del Club Nautico di Marina di Carrara, posto bellissimo, che guarda il mare (a proposito della nave) e predispone a nuovi orizzonti, però che c’entrerà mai con un libro?

E vai a sapere se il mio ambasciatore – al secolo George Perkins Marsh – c’entrerà qualcosa con il vero tema della serata, che non è il libro in quanto tale, ma il benessere che i cammini e i boschi possono procurare.

Sorpresa la sala è piena e attenta, non credo di meritarmi tanto. Il taglio dell’incontro mi aiuta e mi sorprende: come un fascio di luce che si accende su qualcosa di cui non ero consapevole nella storia che ho provato a raccontare.

Com me due educatori come Emiliano Ricciarelli e Davide Dell’Amico, innamorati di molte delle cose che hanno dato un senso alla vita di George Perkins Marsh. E con loro  altre persone amiche con cui è stato bello concludere la serata con una pizza e una birra.

Soprattutto mi porterò dietro il ricordo dei due ragazzi del bar, al lato della sala. Tra un caffè e un amaro hanno ascoltato anche loro, presenti come tutti gli altri. Non ero un intruso, ci tenevano a questo incontro. Alla fine, il loro sorriso. Una copia del libro nelle loro mani, una loro maglietta nella mia: Armonia e Altruismo, la scritta sopra. E poi la firma: il Bardelclub.

Dopo l’autostrada, una nebbia fitta come poche volte. Eppure ho intravisto un po’ di luce in più in questo nostro paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Metti un sabato piovoso, in libreria

Metti un sabato pomeriggio di novembre, cielo plumbeo e raffiche di pioggia, tempo che avresti voglia tu di rimanere rintanato in casa, divano e tè con biscotti, figurarsi gli altri. Chi avrà mai voglia di fare un salto in libreria – a Poppi, non a Firenze – per ascoltarti mentre parli di carte geografiche, pulsioni al viaggio, inquieti per definizione come Jack Kerouac? 

poppi

Già, chi avrà mai voglia? E ne varrà davvero la pena?

Poi è andata come è andata: a ulteriore dimostrazione che se non si va non si vede. E che i pronostici sono fatti per essere smentiti. Ne vale la pena se ad accoglierti c’è un posto come la libreria Lina Giorgi e una giornalista capace e appassionata come Rossana Farini.  Se sei dentro un ciclo di incontri organizzato con intelligenza. E se per questi incontri sono state messe in gioco anche alcune idee in più, che perché no, possono valere come buoni suggerimenti anche per altri.

Per esempio la diretta social realizzata dalla testata Casentinopiù. E già, perché non far convivere un incontro reale con uno virtuale, utilizzare il primo a vantaggio del secondo e viceversa, puntando a un gioco che non sia somma zero?

La cosa si accompagna bene anche alla seconda idea, realizzata grazie a una piccola sponsorizzazione. Alla fine di ogni incontro sono estratti a sorte cinque numeri per regalare cinque libri (non quelli oggetto dell’incontro)…. Mica male, è un altro modo di mettere in circolazione libri, di sostenere la libreria, di tenere fino in fondo le persone….

Le persone davvero presenti, mica quelle sui social. Che hanno evitato la pioggia, ma vuoi mettere, forse hanno perso un libro da portarsi a casa.