Per l’Italia in Vespa di libreria in libreria

“Cosa succede quando tutto sembra essere immobile? Succede che una casa editrice decide di partire in Vespa e girare l’Italia”.

Ecco, anche questo è un modo di guardare oltre l’Italia della pandemia. Con una reazione che già disegna un pezzetto di futuro. Siamo stati chiusi per tanto in casa? Bene, adesso si parte, un respiro a pieni polmoni e via, a macinare chilometri di strada. Ci siamo abituati – la parola giusta forse è rassegnati – agli incontri in videoconferenza? Bene, è il momento di ritrovare la giusta distanza, sicurezza ma anche presenza: fosse pure per uno sguardo di intesa, un saluto a pochi metri, un caffè (o un bicchiere di vino) e arrivederci. 

Ecco, questo è il senso del viaggio in Vespa che Miraggi edizioni, col suo frontman Fabio Mendolicchio farà in giro per l’Italia, da un capo all’altro, facendo tappa in decine di librerie. E lo so che come amico e sodale di questa bella casa editrice sono senz’altro di parte. Ma questo è il passo giusto, per ritrovarci dopo tanto computer. E sarà anche un’operazione commerciale – che peraltro fa tanto Nanni Moretti – però sa dare il valore a ciò di cui gente come me sente il bisogno. 

Le librerie, in particolare, che in questo anno e mezzo hanno rischiato di essere travolte da Amazon e dintorni – tanto, distanza per distanza. 

Personalmente, non vedo l’ora di rimettermi anch’io in giro per l’Italia, anche senza Vespa: per ritrovare tanti amici in questi straordinari presidi del libro. Per annusare la carta, per chiacchierare, per suggerirci a vicenda letture, per curiosare tra gli scaffali, per scialare così il tempo e in questo modo guadagnarmelo. 

Presto, sì, presto. Intanto coltivo l’invidia per Fabio.

Le librerie sono le case del libro, altro che Amazon

I libri mi piace acquistarli nelle librerie, non altove. E anche quando non li acquisto – cosa che in realtà succede di rado – mi piace frequentare le librerie, che offrono ciò che Amazon non potrà mai offrire: leggere sarà pure atto individuale, ma la lettura è socialità che le librerie tengono viva, costruendo piccole meravigliose comunità. 

Le librerie sono la casa del libro, ma ce ne sono alcune in cui sono io a sentirmi a casa. E’ il caso dei Diari di Bordo di Parma di Antonello e Alice, persone che ho sentito amiche ancora prima di conoscerle di persona. 

Ai Diari non ho solo ho presentato i miei libri – dall’Ambasciatore delle foreste al Maragià di Firenze, fino all’Isola dalle ali di farfalla, scritto col mio amico Tito Barbini – i Diari a  volte li ho raggiunti dalla mia Firenze, costringendomi a spericolate coincidenze di lavoro e treni, solo per il piacere di un incontro nel segno della conversazione intelligente, del riconoscersi reciproco tra autori e lettori. 

Tremo all’idea che la pandemia ci faccia magari leggere un po’ di più, ma ci abitui anche all’idea che si possa fare a meno delle librerie e di ciò che nelle librerie ci tiene insieme.

So che la pandemia sarà davvero alle spalle solo quando potremo darci appuntamento ai Diari di Bordo e – ovvio – in tante altre meravigliose librerie di Italia. 

E dato che so che no n è un bel momento per i Diari – non può esserlo – stasera farò un acquisto da loro tramite Bookdealer.  Si può fare anche così, consegna a domicilio, ma sostenendo una libreria. 

Certo sceglierò tra gli ultimi libri proposti da Antonello e Alice. Per esempio le poesie del mitico Leonard Cohen, oppure qualcosa di Saer. 

E sarà come un ponte tra Firenze e Parma, come abitare una casa che non è solo la mia casa

Va bene la Rete, ma quando ci rivedremo in libreria?

La domanda è sempre: allora ci vediamo? E diamo ormai per scontato che sarà attraverso lo schermo di un computer. Ricorderemo il 2020 anche per questo, per il gran balzo nelle nostre relazioni digitali, per il nostro mondo del libro che ha provato a ritrovarsi e riconoscersi sulla Rete. 

Chi l’avrebbe detto, quante cose abbiamo imparato. Che Zoom non è solo qualcosa che ha a che vedere con la fotografia, che Skype non è solo roba per gli studenti Erasmus, che Whereby non è il nome di una band del folk-rock celtico. E sì, dopo quella domanda – “allora ci vediamo?” – ci siamo abituati a quella immediatamente successiva: su quale piattaforma?

Ci siamo inventati aperitivi letterari e brindisi con l’autore a distanza, presentazioni in crossposting e gruppi di lettura on line….. E alla fine ci piace anche, è persino meno faticoso: sei nel salotto di casa e allo stesso tempo mille chilometri lontano, sei sulla pagina Facebook di una libreria ma puoi invitare anche amici di un’altra città. Troviamo irresistibile Streamyard, che ci regala l’emozione della regia e il bello della diretta, mettiamo persino volentieri in conto qualche problema di linea, il bello della diretta, appunto. 

Che dire, non so voi, non so come la pensate. Provo sentimenti contrastanti, che riassumo così.

In primo luogo, meno male che c’è la Rete. Nell’anno del distanziamento non solo ci ha tenuto connessi, ha fatto in modo che addirittura ci si riconoscesse come comunità – autori, librai, editori, lettori – credo assai più di prima. 

In secondo luogo, credo che di tutto questo qualcosa rimarrà – dovrà rimanere – anche quando ci saremo lasciati alle spalle l’epidemia. Non so se torneremo come prima a incontrarci di persona – ma prima erano poi tante frequentate le presentazioni? – so che sarà meglio pensare a qualcosa che metta insieme presenza e distanza, i nostri corpi e l’on line. E forse dalla Rete potremo ricavare qualcosa anche per cambiare i nostri “format” – uso un termine che non mi piace – per essere più rapidi, incisivi, colloquiali. 

In terzo luogo, e per dirla tutta: personalmente comincio a essere un po’ stanco di incontri che si misurano con visualizzazioni e mi piace, di followers di cui non incroci lo sguardo, di condivisioni e commenti al post come unica forma di interazione. 

Stanco, ma solo perché mi manca il resto: la libreria, come luogo di incontro, la libreria che è il vero nostro porto, dove attraccare e poi di nuovo salpare. Dove sentire il libro tra le mani e ragionare insieme. 

E voi?

In Romagna un arrivederci col sapore dell’Amarcord

Lo sapevo che sull’ospitalità romagnola c’era da scommetterci. Lo sapevo che ne sarebbe valsa la pena, malgrado i chilometri da macinare, le previsioni di nubifragio e il cuore pesante per l’epidemia galoppante. 

Lo scorso sabato pomeriggio: un invito da onorare per L’ambasciatore delle foreste, questo libro che continua a girare per l’Italia, chi l’avrebbe detto. Voglia così e così, ma anche un argomento decisivo: magari sarà l’ultima volta per parecchio tempo, poi vai a sapere quanto ci terrà a casa il virus. E poi, come sempre: se non si va non si vede.

Pomeriggio, il temporale si abbatte sull’autostrada per Ravenna, i vetri si appannano in continuazione, però anche così questi posti hanno un particolare fascino. A Bagnacavallo – la mia destinazione – diluvia. Chi mai potrà venire alla presentazione del sottoscritto? Fossi nei panni degli altri me ne starei a casa, io per primo. Con un buon libro magari. 

Almeno faccio in tempo a vedere qualcosa della città, che è bella e ben tenuta, sa di buona provincia, di storia non dissipata. Vale le scarpe zuppe e l’ombrello che dà forfait. 

Arrivo al minuto spaccato e incredibile, c’è gente sotto il tendone del centro sociale Amici dell’Abbondanza, un nome che già mi regala una dose di buon umore, un nome che forse solo da queste parti. C’è gente, ma ben distanziata, in questo spazio che è chiaro adoperano anche per le serate di liscio. Sul palco c’è un anziano che intrattiene con alcune poesie in romagnolo (non ci capisco niente ma ogni parola mi regala calore). 

Poi si comincia. Maestro di cerimonie è l’amico Paolo Casadio, uno scrittore che ha nel sangue il piacere dell’affabulazione, del discorso garbato, della buona compagnia. E poi ci sono le letture di Nadia, c’è la fisarmonica di Elena, che accoglie con Amarcord…. 

Mascherine, gel disinfettante, termometro digitale. Ma anche occhi attenti, sorrisi sinceri, in fondo persino la meraviglia dei passatelli (in rigorosa monoporzione). 

E io invece non con occhi attenti, ma umidi. Come sempre mi commuove la migliore Italia, che è più facile incontrare a Bagnacavallo che a Milano o a Roma. Come sempre, ma con un motivo di commozione in più. Perché hai voglia di usare Streamyard, Zoom e tutte le altre piattaforme delle videoconferenze. Utili, preziose: ma volete mettere?

E già guardo avanti, già conto i giorni, in attesa di ritrovarci.

Libro con dedica, un’estate al mare e tante domande

Dunque andiamo per ordine, questo è l’antefatto: più o meno dai tempi del lockdown mi è capitato di rifornirmi da una libreria di Tarquinia, ricca di proposte fuori catalogo. Volevo tuffarmi nella letteratura italiana del Novecento che ultimamente avevo trascurato e farlo con le vecchie edizioni, che erano anche un ricordo di infanzia e adolescenza: è così che sono tornato a grandi come Goffredo Parise, Anna Banti, Piero Chiara, Guido Piovene, Carlo Cassola e tanti altri. Per le letture è stata una bella estate.

Tra gli autori che ho ritrovato a un certo punto c’è stata lei, Fausta Cialente, davvero troppo trascurata. Un suo libro bellissimo, uscito nel 1976, vincitore nello stesso anno dello Strega. Le quattro ragazze Wieselberger: un’opera in gran parte autobiografica in cui Fausta racconta la storia della sua famiglia – quanto è lunga la strada che da Wieselberger porta a Cialente? – originariamente una famiglia della Trieste borghese, austro-ungarica, animata da gente come Italo Svevo, Umberto Saba, James Joyce.

Ma questo è solo l’antefatto, appunto. Perché quello che conta è il volume che a un certo punto il corriere mi fa avere a casa. Nonostante qualche ricciolo e strappo in copertina è bellissimo, anzi, le imperfezioni gli danno di per sé un’anima. Ma poi giro la copertina, atterro nella pagina bianca prima del frontespizio e c’è una dedica:

A Maria Cristina, buone vacanze. Mamma. Agosto 1976.

1976: lo stesso anno in cui il libro esce e vince lo Strega. Agosto, il mese delle vacanze al mare. Un regalo prima della partenza.

E io, vi giuro, per un pezzo non vado più avanti. Chi era questa mamma? Chi era Maria Cristina? C’era un qualche motivo particolare per cui questa mamma ha voluto regalarle proprio questo libro, che racconta una storia di famiglia? E lei, Maria Cristina: se l’è portato in spiaggia, l’ha letto su una sdraio? Com’è che le parole di queste pagine si sono mescolate ai giorni di vacanza? Si è addormentata con queste parole, la risacca del mare a cullarla? Per caso era in Versilia, lo stesso mio mare da ragazzino, in quegli stessi anni?

Non mi stanco di pensarci. Maria Cristina, già, anche il nome di mia sorella. Fantascientifico pensare che questo libro sia partito da Firenze, per arrivare sugli scaffali di una libreria di Tarquinia e quindi ritrovare casa come un cane abbandonato sull’autostrada.

No, non penso proprio: però è da giorni che ci fantastico sopra. Vorrei conoscere Maria Cristina, questa Maria Cristina. Vorrei saperne di più sul viaggio di questo libro.

Per suo tramite coltivo l’emozione di questi tesori di carta che viaggiano, vanno e vengono, come vagabondi della Route 66 che non sanno dove dormiranno a sera….

Sorprese e gioie che non toccheranno a chi si è fatto conquistare dalla tecnologia del ebook. Noi, mi raccomando, continuiamo a firmare i libri, a metterci date e luoghi: serviranno ai colombi viaggiatori del libro, verso dove chissà.

13 casette del libro per farci star meglio

Lo so, lo dico fin troppo spesso, però non mi stanco, magari uno si potesse sempre ripetere per cose così: esiste un paese assai migliore di quello che ci viene rappresentato, fatto di realtà che appunto il paese rendono migliore. Non fanno notizia, perché è un po’ come per quel detto cinese: si sente il rumore dell’albero che schianta non della foresta che cresce.  

Nei miei vagabondaggi per l’Italia più volte mi sono imbattuto in queste realtà. A volte penso che da parte mia scrivere è solo un pretesto per andare a scoprirle e farmi forte della passione e intelligenza di tante persone.

Capita anche che a volte certe scoperte avvengano sui social – a qualcosa servono davvero. L’altro giorno, per esempio: sul neonato profilo Instagram de I libri di Mompracem – che si occupa di promozione di libri e lettura – scopro un messaggio di Scambiamente: un’associazione che ha mosso i primi passi a Traversetolo, in provincia di Parma: e che per l’appunto si occupa di promozione del Bookcrossing e della lettura ad alta voce. 

Voglio saperne di più, leggo qualche articolo di cronaca locale, vado a curiosare su Fb: scopro tante iniziative, dalle letture con la compagnia del Libero Teatrino Perdigiorno alle passeggiate notturne e i laboratori di narrazione

Soprattutto leggo dell’installazione di 13 casette per lo scambio di libri sia per adulti che per bambini. Vedo le foto: sono bellissime. Presidi di cultura, semi di convivenza civile: i libri che si mettono in viaggio, vagabondi che vai a sapere dove arriveranno, che scoperte faranno, quali altre vite toccheranno. 

“Scambiamente – leggo sempre su Fb – è chi si mette in gioco per migliorare il paese in cui vive munendosi di gentilezza e creatività”.

Gentilezza e creatività: tutto questo mi fa star bene, è un’iniezione di fiducia in tempi grami. 

Prima o poi – penso – la Rete non sarà solo la tela intessuta dai social, sarà conoscenza, contatto, progetto comune di tante realtà. Prima o poi andrò a vedere di persone le 13 casette. 

Stanno tutti bene, che idea tra le vigne

Si può dimostrare con i fatti: c’è un’alternativa tra il non fare (e restarsene a casa) e il fare come prima, il fare che per adesso non ci si può permettere. Sono trascorsi alcuni giorni dal festival Stanno tutti bene, cinque giorni di concerti, incontri e mostre che si sono tenuti alla Tenuta Lenzini, azienda vitivinicola da cartolina sulle colline della Lucchesia. Prima mi sono coccolato le emozioni che mi ha destato, l’onda lunga delle sensazioni positive, ora provo a ragionarci come un modello possibile, un modello che funziona, nell’Italia dell’emergenza che non è finita.

Lo voglio sottolineare ora che le discoteche sono state chiuse – non che me importi molto delle discoteche, ma per intendersi, per dire che l’alternativa non è mai secca, che c’è modo e modo per stare fuori, per stare insieme.

Se ho ben capito, l’idea di Stanno tutti bene è venuta da alcuni lavoratori dello spettacolo – per esempio tecnici del suono – che si sono dovuti fermare nei mesi del lockdown. Era possibile fare qualcosa di diverso, di bello ma anche di sicuro?

Ed ecco che i vigneti diventano la location di un  festival diffuso, dove Bobo Rondelli, Tommaso Novi, Ascanio Celestini, Marco Panattoni possono esibirsi, dove scrittori come Valerio Aiolli, Leonardo, Marco Vichi possono riprendere la parola in presenza. 

Ci si può distribuire per poggi interi, tra un filare e l’altro, mantenere la giusta distanza, lasciarsi avvolgere dal suono che arriva senza disturbo. Si può bere bene – coi vini della cantina – si può mangiare altrettanto bene – con le proposte dei ristoratori di Lucca e dintorni: così anche loro hanno una carta in più da giocarsi. Anche qui in tutta sicurezza: non ci sono tavoli, questo è un picnic collettivo, ognuno si cerchi il suo posto sotto una vite, distenda la coperta, allunghi le gambe. 

Stanno tutti bene: un auspicio, ma anche un’affermazione. Vale almeno qui e ora, vale certamente per me, di sicuro anche per diversi altri.

E ora che qualche giorno è passato, mi domando se un’idea del genere non sarà tra le piccole grandi cose che potremo consegnare al dopo. Un’idea che può contagiare, con la musica e le parole degli scrittori. Fuori dalle grandi città, dai centri ingorgati, nella bellezza toscana delle colline e delle fattorie.

I miei passi nei borghi del terremoto

A febbraio progettavo ancora un viaggio in Canada per luglio. Invece, dopo tutto quello che è successo, questa è stata l’estate dei Monti Sibillini. Non c’ero mai stato e sono contento di averli scoperti: incantevoli, maestosi, selvaggi. Il cuore verde al centro dell’Italia. Poco abitato, ma ancora meno abitato dopo il terremoto del 2016.

Però non mi aspettavo ciò che ho visto: paesi distrutti come se li avessero bombardati ieri; le unità dell’esercito ancora presenti; i centri abitati dove è rimasto poco o niente, forse solo un filo di speranza; appena fuori i prefabbricati dove oggi vive la gente, in un tentativo di replica che non potrà mai aver successo – SAE, si chiamano nel linguaggio della burocrazia, Soluzioni abitative di emergenza, un’emergenza che tra tutti sembra il fatto più tenace.

Sì, ho visto, anche molto altro, che invece ha a che fare con la bellezza dei luoghi: ma è questo che voglio raccontare, conferma di ciò che in teoria è un pezzo che sostengo: i passi del viaggio lento riaccendono l’attenzione che si perde una volta che si spengono le telecamere – perché i media non tornano e raccontano l’Umbria, le Marche oggi? I passi, ancora, sono testimonianza e assunzione di responsabilità: la firma di un patto con i luoghi che attraversano, a maggior ragione se questi sono i luoghi.

Sono contento di aver percorso questi sentieri; di aver comprato le lenticchie di Castelluccio e aver visitato il museo della Sibilla a Montemonaco; più che contento di aver passato diversi giorni in un agriturismo la cui sala ristorante è stata ricostruita a qualche decina di metri – e dove ho mangiato splendidamente, prendendo ancora più chili.

Sono contento di testimoniare ora e di dirvi: ci sono cammini da fare per molti buoni motivi, sui Monti Sibillini.

Il piccolo festival che va in rete per rivedersi in Appennino

Il maledetto virus ha cancellato festival, rassegne e incontri in libreria, svuotato le agende dei tanti che credono che la cultura si intessa anche di relazioni sociali, sottratto la possibilità di sguardi, domande, abbracci. Eppure si può fare ancora molto, malgrado tutto: tante buone cose che le possibilità della tecnologia consentono e l’intelligenza e la passione spingono avanti. 

Si raccontavano spesso in un’aia, o intorno a un camino, le storie: e da questo punto di vista non c’è paragone, soprattutto se si aggiungono gli odori e i sapori, magari con un fiasco di vino da far girare. Ma camino – o aia – in certi tempi può essere anche lo schermo di un computer. 

Così ‘Ndar è andato integralmente in rete, grazie anche alla collaborazione tra Pangea e realtà quali Padova per tutti. E ci sono stati incontri, reading, presentazioni di libri, persino mostre fotografiche e la proiezione di un film – La regina di Casetta, assolutamente da vedere – il tutto tenuto insieme dai versi di Dino Campana, dall’amore per la montagna. Con l’idea che quest’ultima sia non solo crisi ma opportunità. E che soprattutto oggi ci possa essere maestra. 

Torneremo sull’Appennino, ci torneremo presto anche con Giandomenico e gli amici del festival: per camminare, conversare, sederci a tavola insieme. Ma intanto ‘Ndar ha già dimostrato che la cultura è ponte che azzera le distanze, spinta verso l’alto – la cima delle montagne – per spalancare visioni più ampie. 

Da Mompracem alla Via Lattea con Erodoto108

erodoto

Si viaggia, come no, anche nei giorni della quarantena. Si viaggia tuffandosi tra le pagine di una rivista, distesi su un divano o seduti davanti a uno schermo. Si viaggia su un tappeto volante di parole che – senza mai rinunciare alla buona compagnia di foto e disegni – a volte diventa addirittura un’astronave. 

Impresa riuscita per Erodoto108, la rivista dei luoghi e delle storie nella cui redazione, evidentemente, non manca chi deve parte della sua educazione – sentimentale? – ai romanzi di Ray Bradbury, Isaac Asimov e Philip K. Dick. Il colpo di mano è andato a segno e ora circola un numero dedicato per intero ai viaggi nello spazio. Proprio nei giorni in cui pare un sogno avventato persino una vacanza a Riccione. 

A mio parere tutto è stato architettato quando ancora la parola lockdown non aveva cominciato ad aggirarsi come un discutibile virus linguistico. In ogni caso la vera impresa è un’altra: una testata trimestrale – una non-rivista come si schernisce il suo direttore – è riuscito a pubblicare uno dietro l’altro sei numeri on line, uno a settimana. Per di più gratis, grazie al contributo di tanti giornalisti, scrittori, fotografi, illustratori. Miracoli del lockdown, davvero. 

Vedremo dopo il viaggio nello spazio cosa potrà combinare Erodoto108, in ogni caso io sono contento che per puntare su Marte sia partito dall’isola che non c’è, o che forse solo che a modo suo: Mompracem. Di sicuro la redazione è ben provvista pure di coloro che sui libri del grande Emilio si sono educati – certo che sì, anche sentimentalmente. 

Dall’isola del Borneo alla Via Lattea, passando per le Alpi dei Walser o gli Appennini dei monaci guardiani degli alberi, per la Milano fotografata da Vittore Buzzi, oppure per i disegni della quarantena di Andrea Rauch, Lido Contemori e diversi altri.

E ora? Si vedrà appunto. Però è certo che tra qualche settimana Erodoto108 ripartirà per il viaggio più difficile. Si farà di nuovo di carta – colpo di bacchetta magica o, più verosimilmente, macchina spazio-temporale – e ripartirà per le librerie italiane e per le case degli abbonati.

Il viaggio più difficile, sì. Temerario, forse imprudente, più imprevedibile di un assalto di pirati o di una pioggia di meteoriti.

Viaggio, occhio all’etimologia di una parola curiosamente presa in prestito dall’occitano. Dentro non c’è la distanza ma ciò che è necessario portare con sé.

Per Erodoto108 il necessario è evidente: tante copie prese in libreria, soprattutto tanti abbonamenti fatti e regalati. Mi raccomando, è così che il viaggio prosegue. Si tratti di un tappeto volante o di un’astronave.