Mi manca il calcio, anzi no

infermiera

Certo che mi manca il campionato, certo che ci penso alle domeniche senza calcio. Che solo a dirlo sento lievitare un fastidioso senso di colpa – ma come, con tutto quello che sta succedendo, l’epidemia, le terapie intensive, il crollo dell’economia, persino la scomparsa di Sepulveda. Vero, però è così, mi manca questo gioco stupido per persone intelligenti, che spesso temo sia un gioco intelligente per persone stupide.  

Mi manca, perché è parte di quello che sono e sono stato. Perché in quel correre dietro a un pallone mi rivedo ragazzino, a trascorrere pomeriggi interi in sfide senza orologio, con le porte segnate dai mucchi di cappotti. Oppure a sognarmi campione tra i campioni, mentre sistemavo l’album delle figurine Panini: con la colla, perché quelli erano gli anni. 

Gli stessi senza calcio in tv, se non la domenica prima di cena, un tempo registrato di una partita di cui già conoscevi il risultato; gli stessi delle dirette alla radio, tutto il calcio minuto per minuto, i collegamenti dai campi di voci memorabili, i gol senza immagini più indelebili di tante riprese su Sky. 

Più tardi le domeniche mattina con la mia squadra, le  partite in casa su un campo spelacchiato, le docce fredde e gli appendiabiti rotti negli spogliatoi, oppure le svegliatacce per le trasferte in provincia, pedate e schizzi di mota fino agli occhi, però che orgoglio la borsa con i colori sociali, per non dire della gioia  del gol – ne ho fatti parecchi ed è ancora motivo di vanto – il ralenti del pallone, meraviglia, che gonfia la rete. 

E le domeniche pomeriggio, con la Fiorentina in casa alle 14.30, perché allora si giocava tutti alle 14.30, altro che anticipi e posticipi per il teledipendente, sì, le domeniche pomeriggio allo stadio, pioggia o non pioggia, la liturgia insieme agli altri amici abbonati in curva, la mattinata impegnata al Subbuteo, il pranzo presto con la mamma di turno a cucinare pollo arrosto e patate, poi via, sciarpa a collo e gran disquisire su formazioni e classifiche. 

Per me lo stadio era addirittura di più: nel mio quartiere, a poche centinaia di metri da casa, qualcosa che arricchiva il mio senso di appartenenza, bastava passare dai giardini accanto, gli stessi dove davo pedate al pallone.

Lo diceva Albert Camus, così mi vergogno meno: Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio.

E più tardi ancora, le partite al pub con gli amici, birra e tifo e chiacchiere, come sentirsi  a Liverpool. A volte persino chiacchiere letterarie, e non solo per darsi un tono, ma perché da sempre il calcio, lo sport in genere, è un magnifico deposito di storie che riguardano l’umanità – meno male che abbiamo avuto Gianni Mura a spiegarcelo. 

Quanto l’ho fatta lunga, per dire che il calcio mi manca: eppure è solo una premessa. Per dire, che è bene che mi manchi ancora per un pezzo. 

Quanta fretta che vedo in alcuni presidenti di calcio, per ripartire alla svelta, per chiudere il campionato, ripartire con le coppe: salvare la stagione, come asseriscono, ipocriti. Business is business, come sempre.

Quanta fretta: tenetevela. In questo tempo, magari, ragioniamo su un altro calcio. 

Le inquadrature si confondono, ma questa confusione ha anche un suo senso. Non ci sono più i campioni alla Higuain e alla Ronaldo, che hanno fatto alla svelta ad abbandonarci, magari su jet privati. Ci sono i medici con le loro mascherine, ci sono le infermiere sfinite dalla stanchezza.  

Sarà ammissibile un mondo futuro in cui chi sta negli ospedali, a confronto, per stipendio vale meno di un dito di un calciatore? 

Business is business, ma anche no. Almeno con moderazione: per lo meno ritorniamo alla misura di quando ero ragazzino io. Quanto guadagnava Rombo di Tuono rispetto a un operaio della Fiat? E il mio Giancarlo, l’inimitabile numero dieci?

Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce, diceva il grande Osvaldo Soriano, altro malato di calcio. 

Attendiamo, ora. Pensiamoci su, ora: forse sarà più bello un campo di periferia, in piedi dietro a una rete, le grida dei ragazzi in campo.

antognoni

 

 

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