I treni di Nina sono emozioni

Erano anni che volevo raccontare una storia per i lettori più piccoli, che li prendesse per mano portandolinell’epoca più buia dell’Europa e del Novecento: per trattenere la memoria di ciò che è successo, ma senza sottrarre la speranza nel futuro.

Diciamo che era più o meno dai tempi di Una famiglia, il libro che qualche anno fa mi è uscito per Giuntina: la storia di quattro bambini ebrei braccati nell’Italia del nazifascismo, ma anche di una madre, Anna, che prima di finire i suoi giorni ad Auschwitz fu pienamente madre, pienamente umana, nei tempi più disumani.  Con le sue lettere, che prigioniera nel campo di Fossoli riuscì comunque a far pervenire,  seppe sostenere e incoraggiare i suoi figli.

Ho provato a raccontare questa storia con gli occhi del figlio più piccolo, Manuelino, bambino che forse sognava i treni per il mare e che mai avrebbe potuto immaginarsi su quale treno invece era stata fatta salire la mamma.

Non so se ci sono riuscito, ma sono contento di averlo fatto. Oggi, alle Murate, a conclusione di un bellissimo spettacolo di Letizia Fuochi, I treni di Nina (Betti editore) ha cominciato la sua strada. Per una bellissima combinazione – che non riesco a considerare tale – nelle stesse ore Mariano Comense, il paese dove Anna fu arrestata, le dedicava una pietra di inciampo.

No,  non so se ci sono riuscito. Ma valeva la pena anche solo per le emozioni di questa giornata.

Ps: le illustrazioni di Silvia Clemente sono in ogni caso bellissime.

 

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