Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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A Letterappenninica come la sera in un’aia

mulinodivasco

Si dice che i festival ormai sono troppi,  che affollano i calendari degli eventi e si succedono senza molta fantasia. Sono come un circo sempre in movimento, più o meno con gli stessi nomi e gli stessi numeri.

Vero, certo, se si pensa a festival che sgomitano per proporsi come grandi eventi. Falso, se si pensa a eventi che cercano un’altra misura e che soprattutto si fanno forti di buone radici, di sentimenti genuini, di voglia di costruire o rinforzare comunità – mettendo insieme abitanti, ospiti, viandanti.

E ce ne fossero di più di festival così. Ne avremmo bisogno in ogni nostro borgo che ancora vuole immaginarsi un suo futuro, in ogni montagna che non voglia arrendersi all’abbandono.

In queste settimane ho avuto modo di conoscerne diversi. A volte per presentare un mio libro, a volte solo per ascoltare e condividere qualcosa. Non sono mai ritornato in città a mani vuote. Semmai ho dovuto mettere in conto un certo sentimento di invidia: sarà che piacerebbe anche a me sentirmi parte di una squadra capace di mettere in movimento idee e passioni.

Così ho ancora negli occhi una serata a Letterappennica – tra tutti il festival che più mi ha emozionato e convinto. “Uno di quei tanti ruscelli che solcano i pendii di una montagna nei mesi del disgelo – così ne parla Federico Pagliai, scrittore e uomo di montagna, che ne è l’ideatore – Nato dalla volontà di un risveglio, dall’interesse di un gruppo di uomini e donne per la montagna appenninica, per la vita di migliaia di borghi aggrappati ai crinali e dalla passione per la cultura in generale”.

E allora ecco l’Appennino che è il mio Appennino, tra Cutigliano e Fiumalbo. Ecco una sera a Pian degli Ontani, il luogo di Beatrice, la mia Beatrice, la poetessa analfabeta che anni fa ho provato a raccontare e che ci testimonia che la poesia non è parola scritta, è prima di tutto moto del cuore. Ecco un posto magico, il Molino di Vasco, prova provata che si può scommettere ancora sulle tradizioni e i mestieri di una volta, in questo caso la macina a pietra delle castagne e i grani antichi. Ecco persone amiche, colleghi come Mauro Banchini e Sara Bessi. Ecco sopratutto le parole, che mi uniscono a tanti altri che non conosco, ma che pure non sento estranei.

Parole coccolate dalla luce bassa nella sera e dalla leggera brezza che si è alzata, magnifico regalo dopo tanto sudore in città.

Letterappennica: se volete saperne di più andate sul sito, guardate il programma dell’edizione che si è conclusa, fateci un pensierino per il prossimo anno.
Io mi sono sentito come in un’aia di una volta, quando ci si ritrovava a frescheggiare e a raccontarsi storie.

Vai a sapere, magari il prossimo inverno ci incontreremo a veglia davanti a un camino. Sempre con la montagna dentro, qualche storia sulla lingua e la voglia di fare di questi crinali sentieri che ci uniscono.

 

 


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Conoscersi e ritrovarsi a Perlamora

perlamora

Sì, la stanchezza è tanta dopo notti in cui lo scirocco ha rubato il sonno, ma male che vada per un po’ mi affrancherò dal terribile bollore della notte fiorentina.

Sembra strano un festival di cultura in un posto così, buono per i tedeschi o per gli inglesi che sanno cosa scegliere per le loro vacanze tra le colline toscane: borghi d’arte e piscina, campagna e cantine. Ma chi ci sarà mai per parlare di passi e parole, in una serata così, in un posto così?

Perlamora, tra Valdarno e Chianti, un posto da scoprire. Centro culturale storico agricolo, così si definisce sul suo sito: e già questo fa capire che non si tratta del solito splendido agriturismo. Benché certo, se volete tranquillità, ospitalità, buona tavola, qui la troverete.

Ma Perlamora da undici anni è anche un bel festival che si sgrana per tutta l’estate fino all’autunno, con tante idee e tanti ospiti: diversi li ho incontrati in altri festival – perché a un certo punto succede che ti metti a viaggiare di festival in festival e  in questo modo scopri un’altra Italia – alcuni sono anche amici.

Perlamora, tra le altre cose, è questo incredibile anfiteatro  che ha per quinte il Valdarno e il Pratomagno. Grande, ma non troppo da sentirsi come tra persone che si conoscono, a chiacchierare su un prato in una notte d’estate. La brezza accarezza i discorsi e sembra  li porti lontano.

Questa sera si parla del mio Tre uomini a piedi (Ediciclo), ma è evidente che sarà solo un pretesto per parlare di cammini e camminatori. Perché i camminatori sono di tanti tipi e cercano risposte diverse dai loro passi.

E dunque dopo Giorgio Torricelli che ci introduce e ci consegna alle domande della bravissima Giulia Rafanelli – giornalista e social web editor – ci sono Oliviero Buccianti e Daniele Raspini. E’ evidente che loro sono più bravi a camminare di me, che io dei tre sono il pigro, la spina, il mangialasagne. Ma è altrettanto evidente che la passione è comune, che i valori sono gli stessi: perché camminare vuol dire ascoltarsi e ascoltare, vuol dire incontrare, vuol dire rispettare e immergersi in una vita più larga.

Tutti e tre, scopriamo, abbiamo convertito i passi in percorsi di creatività: si tratti delle narrazioni di Oliviero oppure delle fotografie di Daniele. Tutti e tre – e speriamo non solo noi – ci sentiamo come a casa in questa serata.

E quasi mi commuovo quando dal pubblico un volontario del Cai parla di chi si mette in cammino con la vernice bianca e rossa in modo da tenere i sentieri segnati per tutti. O quando una signora si alza per dire: “In fondo state parlando di tempo, state parlando di umanità”.

Ecco proprio così…. E incredibile, tutto questo in poche ore a Perlamora. Succede in serate così, in cui non vorresti non andare più via perché nel giro di poco sono venuti allo scoperto i fili che già richiamano il sentimento dell’amicizia.

A fine incontro sul tavolo c’è  una bottiglia di buon vino, predisposta per altre chiacchiere. E che peccato tocca partire, tocca ritornare alla notte bollente di Firenze. Confidando in altre sere così….