Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge

Al Porto delle Storie assieme ai nomi

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portostorie

 

Porto delle Storie, un dopo cena di un giorno che non sa di primavera. Sembra un bar o un circolo come altri, anche se i prodotti del commercio equo e solidale in vendita e i libri sugli scaffali a disposizione di tutti ti suggeriscono che no, non è un locale come gli altri. Anche perché il Porto delle Storie prima di essere un posto dove ritrovarsi è un bel progetto, imperniato su un’idea fantastica.

La ritrovate nel primo articolo della sua “costituzione”: la scrittura, recita, è un diritto fondamentale dell’uomo e tutti possono scrivere. Per questo, tra le molte altre cose, il Porto organizza laboratori, attività di doposcuola, incontri con scrittori, giornalisti e fotografi. Per questo prova a stimolare tutti a creare le loro storie.

No, non è davvero un locale come gli altri. E anche se non ero al meglio, anche se non mi è stato facile prendere la macchina fino a Campi Bisenzio, che dire, è stata una gran bella cosa, ritrovarmi con le mie storie di cammino nell’ambito della rassegna curata da Dea Capisani. In questo modo I tre uomini a piedi hanno raggiunto se non un porto almeno un rifugio, dove riposare e chiacchierare dopo una lunga giornata.

E poi il Porto delle Storie è ben frequentato da camminatori che amano i libri e da lettori che amano i cammini.

Come Igino Fanciullacci, che ha ben presentato Tre uomini, con intelligenza e simpatia. E tra le altre cose mi ha insegnato che la roncola è attrezzo ben diverso dal pennato. E mi ha rampognato perché sulla Calvana – la bella Calvana – ancora non sono mai salito: cosa a cui dovrò presto rimediare.

A proposito: alla fine ci è stato domandato se dalla Calvana c’era modo di arrivare alla Via degli Dei o comunque di puntare su Bologna. Così Igino ha iniziato a ragionare su un sentiero, di cui francamente non saprei riptervi niente.

Mi sono adagiato sulle sue parole e le sue parole erano soprattutto nomi, anzi toponimi. Come se avesse aperto una mappa sul tavolo per indicare ai presenti un itinerario, seguendolo col dito.

Un itinerario fatto di nomi in fila, uno dietro l’altro. Quei nomi che i nostri tempi sono propensi a rimuovere, tanto a che serviranno mai: non sono caselli dell’autostrada, fermate dell’Alta Velocità.

Quei nomi che il cammino sa recuperare. Chi cammina – ha detto qualcuno – colleziona nomi. Fosse solo per questo.

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