Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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A Brento, per scoprire ciò che fa bene a tutti

monteadoneValeva la pena? Saltare il pranzo per chiudere tutti gli impegni di lavoro, correre in fretta e furia a casa, prendere libri e scarponcini da trekking, gettarsi nel traffico fiorentino, bruciare chilometri in autostrada in un venerdì pomeriggio. Ironia della vita, che ti impone ritmi folli per guadagnarti qualche ora di buona lentezza.

Ma sì, certo che valeva la pena. Perché poi un pomeriggio di magnifica primavera mi ha accolto a Monzuno: e per un attimo ho sistemato la macchina a lato, solo per vedere sfilare via diversi viandanti, zaino in spalla, lungo la Via degli Dei e ognuno di loro mi è sembrato come un ringraziamento alla bellezza del nostro Appennino.

Ne valeva la pena, perché poi sono arrivato a Brento – e non c’ero mai stato – e un po’ mi vergogno a dirlo, non è che sta proprio bene per uno che ha scritto un libro sulla Via degli Dei. Però ad aspettarmi c’era Stefano Lorenzi di Appennino Slow, una persona che da tanto tempo sta promuovendo la cultura del cammino e quindi sta facendo qualcosa che fa molto bene sia alla montagna che a tutti noi. Insieme alla moglie, insieme a Francesco, splendida guida ambientale escursionista, mi ha accompagnato per l’anello del Monte Adone. Sono rimasto a bocca aperta di fronte alle torri, ho allargato il mio sguardo per tutto il mare di vette e boschi, mi sono inebriato di luce, ho provato gratitudine per l’erica in fiore, ho camminato sopra le conchiglie di un terreno che un tempo era fondale di mare – roba da non credere. Eh sì, ho anche lasciato la mia firma al quaderno custodito sotto la croce, in cima.

Mica finita, però. Perché poi siamo arrivati al circolo del Monte Adone, che anche questa  è cosa da non credere, sembra la Svizzera, solo che poi l’aria che respiri è quella delle nostre parti, anzi, dell’Emilia, garbo e ospitalità. C’erano il sindaco  di Monzuno Marco Mastacchi con il vicesindaco e assessore alla cultura Ermanno Pavesi, c’era anche Luigi Lazzarini di Walden Viaggi a piedi, che ora con i suoi viaggi gira per il mondo, ma che ha cominciato proprio da queste parti e mi sa che un po’ di nostalgia la prova.

Non eravamo in molti, ma proprio per questo è stato più facile sedersi in cerchio e conversare insieme: della Via degli Dei che l’anno scorso è stata affrontata da almeno 6.500 camminatori che hanno prodotto – sono le stime – qualcosa come due milioni di fatturato; della montagna che ha bisogno dei camminatori e dei camminatori che hanno bisogno della montagna, con buona pace di chi pensa di poter essere ancora la Cortina del centro Italia; di un’economia che può ripartire in questo modo, ma senza tradire i valori dell’ospitalità: perché, tra l’altro, a volte proprio non cercando il massimo interesse si fa meglio il proprio interesse e l’interesse di tutti.

E quindi, bene che alcune strutture concedano anche lo spazio per piantare la tenda a chi non ha soldi per prendersi una camera. Tanto un panino o una cena comunque se la permetteranno. Tanto così torneranno a casa più contenti e grati. E magari finiranno per inondare Facebook, Twitter e Instagram di bei messaggi sulla loro esperienza, primi testimonial della Via degli Dei. Mentre anche chi ha dato, ha concesso, ha fatto qualcosa in fondo si sentirà meglio e avrà fatto qualcosa per la sua (e nostra) montagna.

Tutto questo in  parte c’è già. Siamo tutti in cammino. E sapete cosa, da Brento sono tornato con l’idea che sulla Via degli Dei sta succedendo qualcosa di bello. Come si stesse costruendo una sorta di comunità di idee, valori e naturalmente passi.

Come se ne potesse venire fuori qualcosa di bello per tutto il paese.

 


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A San Benedetto l’Italia dei libri e dei cammini

San Benedetto Val di Sambro, un sabato pomeriggio di primavera. Chi ci sarà mai, in un giorno così, alla presentazione di un libro? Tanto più che in contemporanea c’è anche un matrimonio. Figurarsi, me l’hanno segnalato quasi per mettere le mani avanti. Mica male però: dai, ci sono ancora posti dove il matrimonio non è solo una questione privata, ma riguarda tutti.

Mi dispongo con quieta rassegnazione. In ogni caso mi godrò la bellezza dell’Appennino in un meraviglioso giorno di sole. Magari ne approfitterò per sperimentare qualche scampolo di sentiero.

Quest’ultimo proposito, per la verità, naufraga miseramente. Sono partito per tempo, ma non ho fatto i conti con la Variante di Valico, o meglio, con il navigatore impazzito al cospetto di uscite che non sono più quelle di un tempo. Pensare che ho sempre scandito il passaggio di questi monti con i nomi di località ormai quasi mitiche: Roncobilaccio, Pian Del Voglio, Rioveggio… i punti fermi di una mappa cui non mi sbarazzerò da un giorno all’altro. Abitudine e nostalgia, lo so: ma solo in questa spedizione – e solo a Sasso Marconi – ho inteso che questi nomi avrei ritrovato solo sul vecchio tracciato autostradale, non sulla variante che sembra la Svizzera.

benedettoInsomma arrivo a pelo, giusto in tempo per un caffè. Però che bella questa libreria, pare un focolare per un’intera comunità. Ci sono persino persone ad aspettare Tre uomini a piedi e le mie chiacchiere.

C’è chi ho già incontrato, come Stefano di Appennino Slow, una persona che sta facendo qualcosa di importante per far conoscere queste montagne e proporre viaggi intelligenti. C’è chi ho conosciuto per un saluto su Facebook, come Elisa, titolare di un Bed and Breakfast a Madonna dei Fornelli, che non può trattenersi perché stasera ha molti ospiti a cena, però un salutino voleva farmelo. C’è Fabrizio, che dialogherà con me durante l’incontro e che è una di quelle persone con cui è facile immaginarsi a cena, a conversare di cose belle e profonde. E c’è Loris, che da quel poco che ho conosciuto deve essere una macchina da guerra nell’organizzazione di manifestazioni che racchiudono un’idea di futuro, si tratti di una giornata di poesia in un borgo di montagna come di una passeggiata con i bambini per spiegare cos’è un bosco e perché è necessario proteggerlo.

Così è questo che mi viene da dire, seduto in questa biblioteca: sapete, sono fortunato. Lo sono perché mi capita di girare per l’Italia e incontrare persone come voi. E non lo dico per dire: ne sono convinto. C’è un paese che è migliore di quanto ci si immagini e ci si racconti. E’ qui, anche oggi, tra noi.

Vedrete cosa riusciranno a fare i libri – e i cammini – in questo paese.


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Il futuro si fa strada: con i libri e i passi

pontederaE dunque ogni tanto i Tre uomini a piedi trovano il modo di abbandonare l’Appennino e tentare i loro passi verso città che magari non associamo a cammini. Le montagne sono profili distanti, così è facile immaginare che intorno ci siano solo la piana attraversata da autostrada e ferrovia, stabilimenti industriali, zone ai margini che non sono più città e non sono più campagna.  Tranne scoprire, naturalmente, che anche in questi dintorni ci sono splendide possibilità di cammino: magari lungo i fiumi e le aree umide, magari sulle colline che si allungano fin quasi alle case.

Così finisce la presentazione e devi ammettere, con le ultime chiacchiere: non lo sapevo, la prossima volta dovrò fermarmi di più. Anzi, perché non un intero fine settimana?

Ecco, questo mi è successo ieri sera Pontedera, ospite della bellissima Libreria Roma, un piacere per gli occhi e un esempio per quanti non sono ancora persuasi che una libreria può cambiare la vita di una città, di un quartiere.

C’ero io, a parlare di Tre uomini a piedi e naturalmente anche di Per le foreste sacre, ma insieme a me c’erano anche gli amici di Legambiente Valdera, a presentare il loro programma di escursioni per il 2017. Con le loro parole e le loro diapositive mi hanno portato in tanti luoghi che da Pontedera è facile raggiungere: i torrenti e gli antichi mulini intorno a Vicopisano, la riserva naturale di Berignone, il padule di Bientina, i boschi e gli stagni di San Rossore.

Alla scoperta delle bellezze del territorio che abitiamo. Così è intitolato il loro programma di escursioni. Un modo per camminare e per fare comunità insieme, passo dopo passo. Ma anche un modo per conoscere ciò che ci circonda e per proteggerlo.

I cammini e i camminatori sono anche questo: un modo straordinario di difendere il nostro territorio, standoci dentro. Più potente, credo, di un convegno o di un comunicato stampa – e non che non ce ne sia bisogno.

Il futuro si fa strada, scrivono gli amici di Legambiente. Io la strada la prendo proprio alla lettera.

 

 

 


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Al Porto delle Storie assieme ai nomi

portostorie

 

Porto delle Storie, un dopo cena di un giorno che non sa di primavera. Sembra un bar o un circolo come altri, anche se i prodotti del commercio equo e solidale in vendita e i libri sugli scaffali a disposizione di tutti ti suggeriscono che no, non è un locale come gli altri. Anche perché il Porto delle Storie prima di essere un posto dove ritrovarsi è un bel progetto, imperniato su un’idea fantastica.

La ritrovate nel primo articolo della sua “costituzione”: la scrittura, recita, è un diritto fondamentale dell’uomo e tutti possono scrivere. Per questo, tra le molte altre cose, il Porto organizza laboratori, attività di doposcuola, incontri con scrittori, giornalisti e fotografi. Per questo prova a stimolare tutti a creare le loro storie.

No, non è davvero un locale come gli altri. E anche se non ero al meglio, anche se non mi è stato facile prendere la macchina fino a Campi Bisenzio, che dire, è stata una gran bella cosa, ritrovarmi con le mie storie di cammino nell’ambito della rassegna curata da Dea Capisani. In questo modo I tre uomini a piedi hanno raggiunto se non un porto almeno un rifugio, dove riposare e chiacchierare dopo una lunga giornata.

E poi il Porto delle Storie è ben frequentato da camminatori che amano i libri e da lettori che amano i cammini.

Come Igino Fanciullacci, che ha ben presentato Tre uomini, con intelligenza e simpatia. E tra le altre cose mi ha insegnato che la roncola è attrezzo ben diverso dal pennato. E mi ha rampognato perché sulla Calvana – la bella Calvana – ancora non sono mai salito: cosa a cui dovrò presto rimediare.

A proposito: alla fine ci è stato domandato se dalla Calvana c’era modo di arrivare alla Via degli Dei o comunque di puntare su Bologna. Così Igino ha iniziato a ragionare su un sentiero, di cui francamente non saprei riptervi niente.

Mi sono adagiato sulle sue parole e le sue parole erano soprattutto nomi, anzi toponimi. Come se avesse aperto una mappa sul tavolo per indicare ai presenti un itinerario, seguendolo col dito.

Un itinerario fatto di nomi in fila, uno dietro l’altro. Quei nomi che i nostri tempi sono propensi a rimuovere, tanto a che serviranno mai: non sono caselli dell’autostrada, fermate dell’Alta Velocità.

Quei nomi che il cammino sa recuperare. Chi cammina – ha detto qualcuno – colleziona nomi. Fosse solo per questo.