Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Nel “borgo salotto” scopri ciò che conta

castelmuzio

Poi un tardo pomeriggio d’estate arrivi in uno splendido borgo della tua Toscana, che in tutta la tua vita non hai mai visto: e di questo provi una certa vergogna. Si chiama Castelmuzio, non è distante da posti che dove in questi mesi hai fatto incontri e presentazioni, ma ti colpisce e comprendi subito perché lo chiamino “borgo salotto”.

Mica solo per la piazzetta, dove è una meraviglia starsene seduti, bere o mangiare qualcosa, conversare in un tempo che è diverso. Ma per le strade che sono quelle di una volta e ancora di più per le persone che questo posto lo animano con iniziative e passione. Castelmuzio è un luogo dell’anima, mi dice una di loro, Stella. Capisci subito che non è una frase da depliant turistico.

L’incontro sarà su due miei libri di cammino – Tre uomini a piedi e Per le Foreste Sacre – in cui non staccandomi dalla mia Toscana in realtà ho percepito il senso della lontananza. Ma i libri sono un pretesto, in realtà, per parlare di cose importanti, insieme a Federico Minghi, straordinario interlocutore: il senso del viaggio, l’ascolto interiore, la possibilità di ritrovarsi e nello stesso tempo di ritrovare luoghi e storie, la bellezza che è cultura che viene da lontano, il patto di responsabilità che si stringe con i posti che attraversiamo, e tanto, tanto ancora.

E mentre sei in mezzo delle tue parole scopri che in realtà non stai dicendo niente che le persone che ti ascoltano non sapessero già. E che, per di più, non stiano già mettendo in pratica. Questo incontro non è per spiegare o rivelare qualcosa, ma per riconoscersi e cominciare un pezzo di strada insieme.

Poco prima, due passi per raggiungere una splendida terrazza belvedere, risistemata insieme da cittadini e imprenditori. Da imparare a memoria cosa dice il cartello. Racconta di un luogo voluto e creato da chi crede nei valori della partecipazione, della cura, delle comunità che sanno scuotersi dall’apatia. Di un luogo fatto apposta per trovarsi, per parlare, per tacere, per pensare, per perdere lo sguardo…

Così non sai più se parlare o tacere… Una sola certezza, ancora una volta hai trovato un lembo di Italia migliore di quanto si sappia e si dica. E forse non provi più sorpresa – oramai lo sai – avverto solo un senso di gratitudine.

 


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Amache, stelle e vino nel festival di Chiusure

chiusure

Mettete un borgo bellissimo, di cui peraltro io fino a poco tempo fa non avevo nemmeno sentito parlare: bellezza di un’Italia sempre generosa di sorprese. Aggiungete un’associazione culturale – in gran parte di giovani – che in quel borgo decide di organizzare un piccolo festival: senza pretese, senza grandi budget, senza nemmeno grandi nomi, ma con entusiasmo, qualche buona idea, una manciata di ospiti che hanno qualcosa da raccontare. Solo un giorno per cominciare, poi gli anni prossimi si vedrà.

Scommessa troppo ardita in un’estate dove ovunque ci si giri ci si imbatte in festival, rassegne, concerti, salotti all’aperto e quant’altro? Forse sì, con un occhio all’affollamento dei calendari e alle attenzioni mediatiche. O forse no, se si scommette su cose buone, genuine. Se prima di tutto c’è la voglia di fare qualcosa insieme e di accogliere con lo stesso spirito chi viene da fuori.

Il borgo si chiama Chiusure, non fa nemmeno comune (è nel territorio di Asciano), ma è una meraviglia che guarda dall’alto le Crete senesi. Il festival si chiama come l’associazione che l’ha organizzato: Festival dell’Anda e del Rianda. E mi piace, perché mette insieme la familiarità con la lingua toscana e una verità che è di sempre, ovvero che è il viaggio non può prescindere dal ritorno.

Ci sono stato, a Chiusure. Ricordo come ci siamo ritrovati su un cassero con panorama mozzafiato e una brezza che non mi sembrava vera dopo lo scirocco fiorentino. Ricordo la gente che, oltre le file di siede, ascoltava sdraiata in amaca – invidia, invidia – e un buon bicchiere di vino del posto offerto all’arrivo. Ricordo due ragazzi che hanno distribuito carta e penna perché tutti provassero a disegnare un personaggio dei fumetti. Ricordi una band che ha riempito delle sue canzoni una piazza e le strade intorno. Ricordo il gran finale con uno spettacolo che era lo spettacolo delle stelle in cielo, indagate e raccontate.

C’ero anch’io, ovviamente, a leggere qualcosa da Tre uomini a piedi e da Per le Foreste Sacre. Ma ciò che ho ricevuto è senz’altro più di ciò che ho dato. Perfino l’idea di un’Italia migliore.


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Con Scarpe Diem l’Italia che è migliore

torreneri

Prendete un borgo che non fa nemmeno comune – tecnicamente è solo una frazione di Montalcino – e che non sarebbe nemmeno un granché noto, non fosse che la Francigena lo attraversa da un capo all’altro e che ogni pellegrino qui può trovarvi l’alimentari per il panino, un fontanello per dissetarsi e un po’ d’ombra sotto i tigli per il riposo.

Aggiungete un gruppo di persone che in questo borgo sono nate e hanno vissuto un bel pezzo di vita, magari prima che le vicende del lavoro e della famiglia le portassero da qualche altra parte.

Aggiungete, ancora, una gran voglia di riannodare i fili, di ritrovarsi, intendo ritrovarsi non solo per una cena, ma per qualcosa che vada oltre, che abbia persino il senso di un progetto.

Ecco, questi sono gli ingredienti. E non era facile che, una volta messi insieme, ne sortisse fuori qualcosa di buono. Ma a Torrenieri – così si chiama – questo è successo davvero.

Cosa potevano avere in comune queste persone oltre al passato? Il cammino, no? Qualcosa che richiama le stesse radici di questa comunità, ma che riguarda anche il presente, anche il futuro.

E così loro hanno cominciato a camminare e camminando si sono fatti venire tante buone idee. Perché non riscoprire le strade dei dintorni che i nonni percorrevano di podere in podere? Perché non presentare di tanto in tanto qualche libro, visto che parole e passi hanno un loro modo di richiamarsi a vicenda? E perché non provare ad accogliere i pellegrini in transito, facendosi raccontare le loro storie?

Poi cominceranno anche i cammini al chiar di luna – meraviglia – a cui finiranno per partecipare anche 130 persone – solo per dire, perché in certe cose i numeri contano fino a un certo punto.

I vecchi amici – e gli altri che nel frattempo si sono aggiunti – si sono costituiti in associazione. Il nome? Anche questa una meraviglia: Scarpe Diem.

È stato bello l’altro giorno tornare dagli amici e dalle amiche di Torreneri, per chiacchierare dei cammini che ho provato a raccontare in Tre uomini a piedi e in Per le Foreste Sacre.

Se non per le mie parole devono essermi grati perché dopo tanto tempo ho portato loro la pioggia: non molta, ma abbastanza per abbassare la temperatura. E comunque meglio di uno sciamano cheyenne.

Io invece gli sono grato per molte cose, non ultimo per la cena in trattoria dove mi hanno deliziato con una buona razione di porcellino sardo. E non dovrei stupirmi in effetti, visto che è un posto dove si dice che ogni tanto si declamano versi improvvisati e dove all’ingresso c’è sempre l’acqua per il viandante.

Solo per dire: perché in realtà dovrei essere grato per l’ospitalità, per il calore dell’amicizia, soprattutto per il fatto che persone così mi danno il senso di un’Italia che non è peggio, è meglio di quanto si dipinge.


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Una domenica per far prendere aria ai tre uomini

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E’ anche in questo modo che si può raccontare un cammino e tuffarsi nelle pagine di un libro. Dandosi appuntamento per una passeggiata insieme, con tante persone che non hai mai conosciuto prima, ma con cui ci si ritrova a conversare come se ci si frequentasse da un pezzo. Con le parole di una giornalista attenta e innamorata della montagna come Laura Villoresi che ha coniato l’idea del “cammino ripensato”. Con un bel pic nic su un prato soleggiato dopo tanti saliscendi lungo la Via degli Dei: e tra un morso e l’altro al panino al prosciutto quante cose vengono fuori.

E’ andata così domenica, lungo uno dei tratti più belli della via che unisce Bologna a Firenze, dal passo della Futa fino al Monte Gazzarro e all’Osteria Bruciata. Più o meno cinque ore di cammino condite di tante parole, per un’iniziativa organizzata dalla Pro Loco di Firenzuola insieme a Trekking Mugello.

Bella fin dall’inizio questa mattina, con l’appuntamento al bar ristorante del Passo della Futa, che da generazioni vede passare gente in moto, bici, auto e sempre di più anche a piedi. Un caffè per cominciare con accompagnamento di battute e pacche sulle spalle. Claudio – assieme al fratello l’ultima generazione del bar ristorante – ha la sua copia di Tre uomini a piedi e mi fa il regalo più bello: una maglietta con il logo della Via degli Dei. C’è anche il sindaco di Firenzuola, Claudio Scarpelli, che dice cose importanti su quanto i cammini e i camminatori possono fare per questi monti.

Poi via si parte, con Ciro e Isabella come guide e io ad ansimare già al primo strappo. Però fiato lo ritrovo, poco dopo: giusto per raccontare di come i tre uomini un giorno si sono messi a camminare e di come i piedi ci aiutino a pensare in un altro modo e a stabilire una diversa relazione con il tempo.

Sarei stato bene comunque in una giornata così. Però penso che ai libri facciano bene cose così più che tante presentazioni. Anche loro devono prendere un po’ di aria, di tanto in tanto


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Storia dei due amici che scoprirono una strada

casentino

Quale strada prendere?

“Di solito bisogna fare uno sforzo mnemonico per ricordare, oggi vi chiediamo di farlo per dimenticare tutto ciò che avete intorno e che non c’era a quel tempo”

Ecco, comincia così il racconto di Cesare Agostini e Franco Santi, i due uomini che hanno scoperto la Flaminia Militare,  l’antica strada romana che attraversa l’Appennino da Bologna a Firenze e che accompagna per diversi tratti i camminatori lungo la Via degli Dei.

Un pomeriggio fiorentino, all’Auditorium della Cassa di Risparmio in via Folco Portinari.  I promotori del premio letterario Chianti hanno avuto la bella idea di organizzare anche questo incontro, in vista della cerimonia di premiazione del 27 maggio. Questa volta non devo risalire sui miei monti, per ritrovare il basolato romano e immaginare i passi che secoli e secoli fa l’hanno calpestato. Di tutto questo si parla a pochi passi dal Duomo, dalle comitive di turisti e anche dal mio ufficio. Non posso mancare.

Meno male, non è solo un incontro per studiosi dell’Antica Roma, magari appassionati di toponomastica o di viabilità di altre epoche. Lo ha spiegato bene all’inizio Paolo Codazzi, scrittore e animatore del Premio Chianti:

“Oggi parliamo di una straordinaria avventura, una scoperta non meno sensazionale di quella di Vetulonia a opera di un medico condotto”.

Ecco, proprio così: perché non nascono come esperti di archeologia, Agostini e Santi. Casomai lo diventano sull’onda dell’entusiasmo. Sono due persone diverse, uno avvocato, l’altro scalpellino – o come dice lui, uomo di sasso. In comune hanno le radici sulla montagna emiliana. E la loro amicizia, cementata nelle estati di villeggiatura.

Non sono studiosi riconosciuti, ma un giorno salta fuori una moneta romana. E loro si mettono in testa che se c’è la moneta deve esserci anche la strada, quella strada di cui in una pagina della sua storia parla Tito Livio e che – incredibile – nonostante sia scomparsa da un’infinità di tempo è rimasta nei racconti dei nonni.

Badile, piccone e con essi lo strumento più prezioso, la tenacia per andare avanti malgrado tutto. E la strada romana alla fine salta fuori. Prima un pezzo, poi anche un altro e un altro ancora. Fino ad arrivare a Fiesole….

“Cercando non a caso, ma sulla base della logica”, spiegano oggi i due. “Noi che abbiamo da sempre percorso le mulattiere ci siamo trovati di fronte a un’autostrada”, aggiungono.

Autostrada, può essere…. Ma fatto sta che per secoli se n’era perse le tracce e ritrovarla non è stato un gioco. Anche se col senno di poi vien facile dire: quei due filari, che ancora oggi ci sono, non delimitano il tracciato di quella che una volta era una strada?

Che storia meravigliosa… Io la provo a raccontare in qualche pagina di Tre uomini a piedi. La storia di due amici che ritrovarono una strada. Archeologi dilettanti. Pensate che può significare per me, che da ragazzino sognavo città intere da scoprire, templi da liberare dalla giungla, civiltà sepolte da riportare al sole.


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Tra viaggiatori parlando del viaggio sotto casa

avventure

Ci sono librerie dove ogni angolo è una porta sul mondo, un mazzo di possibilità, un sogno da coltivare o un biglietto da staccare. In una ci sono capitato in questi giorni, ulteriore tappa di questo mio viaggio nel viaggio, di questo viaggio dopo il viaggio che si è fatto libro.

Libreria di Avventure nel Mondo, a Roma, a pochi passi dal Tevere. Entri e ti viene da pensare che anche questo posto è un fiume, un fiume di parole, che scorrono e vanno verso il mare che contiene tutti i luoghi segnati sugli atlanti, i nomi che possono farsi destinazione, gli altrove che non basterà una vita ad abbracciare.

Pensi questo e poi pensi anche che questa libreria non è solo una libreria, o meglio, è ciò che dovrebbe essere una libreria, soprattutto una libreria di viaggio, un porto di mare dove si attracca e ci si prepara a nuove partenze, un caminetto dove ci si lascia andare ed è bello raccontarsi le storie. Un posto dove ci si ritrova e ci si riconosce.

Con tutto questo, figurarsi, questa volta sono entrato con qualche imbarazzo. In questo covo di grandi viaggiatori, che ci faccio io? E con tutti questi titoli intorno, che portano in Patagonia oppure in Borneo, che cosa c’entra un libro come Tre uomini a piedi? Un viaggio che è solo 35 minuti di treno per scavalcare l’Appennino e scendere a Bologna, quindi cinque giorni per tornare a casa a piedi, un viaggio che inizia solo per farsi ritorno.

Vai a sapere se ci sarà qualcuno e se quel qualcuno piuttosto non avrà per la testa una spedizione nei parchi della Namibia o per le isole Andamane.

Poi ti accoglie Flavia, la bravissima libraia che non te lo dice, ma pare proprio che faccia il lavoro più bello della terra e che ne sia convinta, malgrado tutto. Accanto alla cassa ha sistemato guide e mappe della Via degli Dei. Poi ti accompagna allo scaffale dove molti altri cammini della nostra splendida Italia aspettano me, aspettano te. Diversi sono libri di persone che conosco: com’è che in posti così si finisce per scoprire i sottili fili dell’amicizia?

Rinfrancato mi metto a sedere. Non ho portato foto da mostrare, è giusto lasciarle a chi scala le Ande o si tuffa tra i coralli dei mari australiani. Sorrido: ma sapete com’è che siamo partiti per questo viaggio? Ora ve lo spiego…

E comincio con la storia di un pub sotto casa e di amici che si sono consumati le dita a forza di girare un mappamondo. Al mio sorriso rispondono altri sorrisi.

Incredibile, in questa libreria mi sento a casa. In questa libreria che è come il mondo.


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A Brento, per scoprire ciò che fa bene a tutti

monteadoneValeva la pena? Saltare il pranzo per chiudere tutti gli impegni di lavoro, correre in fretta e furia a casa, prendere libri e scarponcini da trekking, gettarsi nel traffico fiorentino, bruciare chilometri in autostrada in un venerdì pomeriggio. Ironia della vita, che ti impone ritmi folli per guadagnarti qualche ora di buona lentezza.

Ma sì, certo che valeva la pena. Perché poi un pomeriggio di magnifica primavera mi ha accolto a Monzuno: e per un attimo ho sistemato la macchina a lato, solo per vedere sfilare via diversi viandanti, zaino in spalla, lungo la Via degli Dei e ognuno di loro mi è sembrato come un ringraziamento alla bellezza del nostro Appennino.

Ne valeva la pena, perché poi sono arrivato a Brento – e non c’ero mai stato – e un po’ mi vergogno a dirlo, non è che sta proprio bene per uno che ha scritto un libro sulla Via degli Dei. Però ad aspettarmi c’era Stefano Lorenzi di Appennino Slow, una persona che da tanto tempo sta promuovendo la cultura del cammino e quindi sta facendo qualcosa che fa molto bene sia alla montagna che a tutti noi. Insieme alla moglie, insieme a Francesco, splendida guida ambientale escursionista, mi ha accompagnato per l’anello del Monte Adone. Sono rimasto a bocca aperta di fronte alle torri, ho allargato il mio sguardo per tutto il mare di vette e boschi, mi sono inebriato di luce, ho provato gratitudine per l’erica in fiore, ho camminato sopra le conchiglie di un terreno che un tempo era fondale di mare – roba da non credere. Eh sì, ho anche lasciato la mia firma al quaderno custodito sotto la croce, in cima.

Mica finita, però. Perché poi siamo arrivati al circolo del Monte Adone, che anche questa  è cosa da non credere, sembra la Svizzera, solo che poi l’aria che respiri è quella delle nostre parti, anzi, dell’Emilia, garbo e ospitalità. C’erano il sindaco  di Monzuno Marco Mastacchi con il vicesindaco e assessore alla cultura Ermanno Pavesi, c’era anche Luigi Lazzarini di Walden Viaggi a piedi, che ora con i suoi viaggi gira per il mondo, ma che ha cominciato proprio da queste parti e mi sa che un po’ di nostalgia la prova.

Non eravamo in molti, ma proprio per questo è stato più facile sedersi in cerchio e conversare insieme: della Via degli Dei che l’anno scorso è stata affrontata da almeno 6.500 camminatori che hanno prodotto – sono le stime – qualcosa come due milioni di fatturato; della montagna che ha bisogno dei camminatori e dei camminatori che hanno bisogno della montagna, con buona pace di chi pensa di poter essere ancora la Cortina del centro Italia; di un’economia che può ripartire in questo modo, ma senza tradire i valori dell’ospitalità: perché, tra l’altro, a volte proprio non cercando il massimo interesse si fa meglio il proprio interesse e l’interesse di tutti.

E quindi, bene che alcune strutture concedano anche lo spazio per piantare la tenda a chi non ha soldi per prendersi una camera. Tanto un panino o una cena comunque se la permetteranno. Tanto così torneranno a casa più contenti e grati. E magari finiranno per inondare Facebook, Twitter e Instagram di bei messaggi sulla loro esperienza, primi testimonial della Via degli Dei. Mentre anche chi ha dato, ha concesso, ha fatto qualcosa in fondo si sentirà meglio e avrà fatto qualcosa per la sua (e nostra) montagna.

Tutto questo in  parte c’è già. Siamo tutti in cammino. E sapete cosa, da Brento sono tornato con l’idea che sulla Via degli Dei sta succedendo qualcosa di bello. Come si stesse costruendo una sorta di comunità di idee, valori e naturalmente passi.

Come se ne potesse venire fuori qualcosa di bello per tutto il paese.