Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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Emozioni di parole e musica al lago Scaffaiolo

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Sulle copertine di entrambi c’è un uomo solo in cammino: certo non la sola caratteristica che accomuna L’ambasciatore delle foreste del sottoscritto con Santiago dell’amico Giuseppe Leo Leonelli. In entrambi i libri ci sono sentieri, boschi, parole che arrivano dal cuore e silenzi. Però camminare è ascoltarsi dentro, ma anche incontrare. E così eccoci in un bel fine settimana di agosto, a salire insieme per l’Appennino, eccoci a seguire il crinale tra Toscana ed Emilia fino a quella meraviglia che è il lago Scaffaiolo.

Perché anche un posto dove ci si arriva solo con le proprie gambe, un rifugio dove la vita a valle sembra di un’altra pianeta, anche questo può essere un posto per dardi appuntamento. Buono per condividere il piacere della conversazione intelligente e garbata – altro che techno music pompata in spiaggia – e addirittura per raccontare libri, per ascoltare parole e musica dal vivo.

E allora quante emozioni, lassù sul lago Scaffaiolo: l’abbraccio di Antonio e Mirco che gestiscono il rifugio rifugio – intitolato al Duca degli Abruzzi, il primo dell’Appennino Tosco-Emiliano, da qualche anno ben ristrutturato – e le nostre letture affidate all’ultima luce del giorno. L’odore del ragù per la polenta e la musica fantastica degli Angus McOg, che sembra vengano dal Canada e invece sono di Carpi, la loro musica invece appartiene al mondo. Il lago che è uno specchio per le nuvole – sarà un quadro di Monet o di Turner? – e l’aria frizzante della sera per gli ultimi passi del giorno. 

 

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Arrivare a un rifugio, liberarsi dello zaino, respirare forte e sedersi su una panca: c’è niente di più bello? Forse sì, se ci aggiungete anche una canzone, una pagina di un libro, una birra….

E se fosse lassù, sulle cime dell’Appennino, la giusta atmosfera per i nostri libri, per la nostra musica? Per tornare migliori e più contenti alle nostre città?

Ps: quanti ragazzi, quante ragazze, per i sentieri e nelle tende che a sera si sono disposte sulle sponde del lago. Tribù giovane di muscoli indolenziti, parole sussurrate, sguardi scoccati alle prime stelle, tribù che mi fa ben sperare. 

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Pietraporciana, pensare che non la conoscevo

 

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Una vita che giri per la tua Toscana, potresti presumere di conoscerla, non dico come le tue tasche, ma insomma. Poi un giorno ti arriva un invito per un incontro in una riserva naturale. Pietraporciana? Suona bene, suona antico, ma non ti dice nulla. Meno male che ci sono il calore e la simpatia di chi ti invita, sa aprire la strada alla curiosità, che comunque non manca mai. Allo stesso modo del tuo Ambasciatore delle foreste, figurarsi se George Perkins Marsh si tira indietro.

Domenica d’agosto, un caldo boia, in autostrada è giorno di rientro. Devi uscire all’ultimo casello prima dell’Umbria e di lì, boh, non è chiaro, anche il navigatore stenta a raccapezzarsi. Finalmente imbocchi una strada bianca, si levano nuvole di polvere, ma non sei più distante. 

E ci sei: riserva naturale di Pietraporciana. Ad accoglierti un covone di fieno, con un fazzoletto dell’Anpi in bella vista, perché questo – scoprirai tra poco – è luogo di dure battaglie contro i nazi-fascisti, luogo di memoria e di morti che non possono essere dimenticati. 

Pochi passi ed ecco il podere, grande e squadrato, una macchia di rosa nel mare verde del bosco. Generazioni e generazioni di mezzadri lo hanno abitato, nel Novecento – apprendi – è stata proprietà della famiglia Origo, nobiltà toscana e anglosassone che si è intrecciata in una storia rara di cultura e idee liberali: scopritene di più, cercate in rete Iris Origo o villa La Foce.

Sul finire dello scorso secolo gli Origo fecero dono di questa struttura, che oggi è stata ristrutturata e data in gestione al circolo di Legambiente della zona. Ci sono un ostello gradevole e ben curato, un punto ristoro con i prodotti a km zero, un laboratorio per la didattica ambientale, una minuscola biblioteca della memoria. Si organizzano corsi ed escursioni nella splendida faggeta intorno. 

Che posto che è, e non ne avevi mai sentito parlare. Prima dell’incontro Luciana e Gaetano ti accompagnano per il sentiero che sale fino a una vista da urlo, di qua la Val di Chiana, di là la Valdorcia e il Monte Amiata. Dopo l’incontro – l’Ambasciatore si è trovato così bene che non finivi più di parlare – hai cenato e ti è sembrato di stare a casa, magari mangiando un po’ meglio che a casa.

E mentre pensavi che non finisci di scoprire un’Italia migliore di cui sapevi poco o nulla, ecco, sei già a intrecciare parole su idee e progetti. Un cammino etrusco, per esempio: non potrà che passare di qui. Le tombe antiche, l’ospitalità di oggi, cosa volere di più. 


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Tra i monti, il Masetto è un crocevia

masetto5.JPGValeva la pena, un viaggio così lungo per così poco tempo, in un fine settimana di afa e ingorghi? Da Firenze a Rovereto, quindi da Rovereto su per i monti del Trentino, attraverso la valle del Terragnolo, curva dopo curva. Come altri in questo luglio, certo, solo vuoi mettere con i loro obiettivi chiari e i programmi rilassati, evidenti già negli zaini e nei bastoncini da trekking. Il sottoscritto, invece:  perché spingersi fin quassù per presentare un  libro? Ha già girato tanto, L’ambasciatore delle foreste, forse per una volta poteva contentarsi del divano di casa.

Valeva la pena? Intanto i monti sono bellissimi, una corona di abeti e roccia intorno, l’odore delle resine e il sentimento della distanza. Poi ecco, arrivo: il Masetto, ovvero il piccolo maso, guarda la valle, è una meraviglia. Sopra i boschi e la foresteria, sotto il recinto delle capre, in mezzo un bello spiazzo con le panche e i tavoli che si capisce subito che è una bella piazza per i saluti e gli incontri, come dovrebbe essere in ogni città, in ogni quartiere, invece io la trovo qui. 

 

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Il Masetto, scopro, è assai di più di una struttura ben ristrutturata e ben tenuta. Basta gettare uno sguardo ai libri esposti – sorpresa: c’è più design che mappe di cammino, più architettura che guide sui fiori e i funghi – basta consultare il programma dell’estate oppure salire su per le scale di legno fino alle aule laboratorio, per capire che è un posto veramente particolare. Da qualche anno promuove turismo che non porta via, ma semmai lascia qualcosa che non è solo la possibilità di mandare avanti un lavoro. Mette insieme la cucina di montagna e l’editoria internazionale, l’allevamento con la divulgazione scientifica, il gioco per i bambini e la narrazione del paesaggio e altro, molte altre cose. E non sai se applaudire o invidiare Giulia e Gianni, che ne sono animatori. 

Valeva la pena? Intanto faccio conoscenza anche con Elisa e Federico della libreria Due Punti di Trento, perché tra le cose del Masetto c’è anche la presenza per il fine settimana di una libreria indipendente che propone la sua scelta di titoli e organizza incontri con gli autori, è grazie a loro se sono qui. Ci vuole niente perché scatti l’empatia. Loro sono aperti da meno di un anno, sono contenti di come è cominciata la loro avventura,  si capisce subito che mettono in gioco coraggio, competenza, entusiasmo. Per una volta mi sono dimenticato di dire che considero le librerie indipendenti dei presidi di civiltà, mi permetto la retorica perché ne sono convinto. Glielo dirò quando torno a trovarli a Trento.

 

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Valeva la pena? Intanto ascolto la presentazione di un’associazione di ragazzi e ragazze di Parma che fanno una radio web e producono una rivista – Sugli Alberi – che mi sembra particolarmente bella e originale: come gli è venuta in mente? Pare che facciano progetti insieme da una decina di anni, da quando erano sui banchi di scuola insieme. Tra loro c’è anche molta amicizia, lo scoprirò dopo a cena.

Valeva la pena? Mi sto ripetendo, sicuro, però scopro anche che in questi giorni, è ospitato Camposaz, un workshop internazionale di architettura partecipata. Giovani architetti da tutta Italia – ma anche dalla Svezia, dalla Croazia, dal Portogallo – stanno lavorando nella frazione di Geroli, semiabbandonata ma ancora con una sua comunità e una sua identità: hanno progettato installazioni negli spazi pubblici, li hanno realizzati a tempo di record, mentre tiravano su il nuovo spazio giochi o una terrazza coperta in legno hanno trovato il tempo anche per raccogliere le storie, i consigli, le merende e le grappe degli abitanti. Una bella storia di giovani professionisti, di incontro tra giovani e meno giovani, di rigenerazione di un paese di montagna, di rispetto per il paesaggio che fa ben sperare anche per la battaglia più dura che la valle si sta trovando a combattere, contro un nuovo tracciato autostradale.

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Intanto di paesaggio – e di vita di comunità tra passato e futuro – si parla anche con il geografico Mauro Varotto dell’università di padova, con Elena Turetti responsabile del distretto culturale della Val Camonica – mannaggia, prima o poi dovrò andarci – con le rappresentanti del festival Sette giorni per paesaggi di Piacenza. Idee, progetti, relazioni da cui qualcoa potrà discendere. 

Valeva la pena? Evidente che sì, sono salito in montagna e ho trovato un mondo. Mi aspettavo un maso e ho scoperto un’agorà. Temevo – e la temo ancora – un’autostrada, ma intanto ho scovato un crocevia che mi porterà altrove in Italia. L’Italia migliore, evidente, quella che non ci raccontano i telegiornali, quella che ci dà speranza, non sangue cattivo.

Valeva la pena, sì: prossima volta con più tempo da regalarmi. 


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Il viaggio che nella mia Firenze non finisce mai

cittàdeilettoriCamminatore nella mia città, ma anche archeologo della mia città. I miei passi nutrono la curiosità, disseppelliscono storie.

Così mi muovo lungo il confine tra ciò che mi è ovvio e ciò che mi è nuovo. Ritrovo ciò che conoscevo, scopro ciò che ancora non conoscevo. Vedo ciò che non ho visto, ma soprattutto torno a vedere ciò che ho visto. Perché ha ragione il grande Josè Saramago, a proposito dei viaggi che non finiscono mai. A finire semmai sono i viaggiatori….

(da Paolo Ciampi, Gli occhi di Firenze, Bottega Errante)

E grazie a La città dei Lettori, magnifico festival capace di uscire la bellezza della lettura alla bellezza della mia città, che per tre volte mi ha consentito di camminare in compagnia per Firenze, scovando storie, leggendo pagine, narrando insieme una città di sguardi e sogni….

 


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Alla stazione di Gorizia, col libro delle 18.03

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A Gorizia? Io non ci sono mai andato a Gorizia, non conosco nessuno di Gorizia, vai a sapere come sarà presentare un mio libro a Gorizia, se ne vale persino la pena. Per me è lontana, Gorizia, veramente lontana. E questo, se non altro, è già un buon motivo. Presentare libri in giro, che alibi per andare in giro.

Arrivo presto a Gorizia. Ho il tempo di attraversarla a piedi, di raggiungere un posto di cui ho sentito parlare e che di per sé potrebbe bastarmi. Di qui una volta passava un confine che era muro, frontiera da filo spinato e guardie da avere paura: l’Italia di qua, la Jugoslavia di là. Oggi è solo una piazza e sembra una festa: i muri cadono, finiscono sempre per cadere, questa è la lezione.

Due passi e sono di là, in Slovenia. La stazione sembra un salto nel tempo, con i sedili e le biglietterie di legno lucido, roba da Impero. Il capotreno che alza la paletta per la partenza potrebbe stare in un film. E il bar non è uno dei bar anonimi o squallidi, più spesso insieme anonimi e squallidi, di tante italiche stazioni: ci potrebbe anche stare un bel boccale di birra Lasko.

Però no, dalla stazione di Nova Gorica devo tornare indietro fino alla stazione di Gorizia: perché è qui, non in una libreria, che si terrà la mia presentazione. Meraviglia, chi l’avrebbe detto. Parlare di libri con i treni che a pochi metri vanno e vengono. Questa sala che una volta era un deposito oggi è un posto dove si fa cultura. Intorno la gente si separa o si ritrova, le locomotive accelerano o frenano. Intorno ci sono le montagne e c’è un confine che comunque è un confine. Ma qui, in questa sala, si respira una strana quiete, come una sospensione nel tempo, una bolla nello spazio.

Organizza l’associazione del Libro delle 18.03, nome magnifico visto il luogo. Anche gli incontri hanno un che delle partenze – o degli arrivi: alle 18.03 si comincia.

E incredibile, ad accogliermi c’è Paolo Polli con diverse altre persone. Funziona tutto in un modo cui non sono abituato: ci sono persino la cartella con la rassegna stampa, la ripresa per lo streaming e il servizio fotografico, la firma dell’autore sul manifesto e due bottiglie per brindare, cosa che non guasta mai.

Ma soprattutto ci sono persone con cui parlare di libri e di storie nemmeno si fosse nel salotto di casa. Qui, in questo ultimo lembo di Italia, in una stazione di confine.

Vado via e so che in qualche modo sono rimasto. Forse tornerò. Di certo c’è un’altra puntina colorata nella mia mappa del paese migliore di quanto si creda.

 

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A Matera, travolto dai bersaglieri

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Matera 2019. Mi aspetto di trovare i progetti e le attrattive della capitale europea della cultura – e grazie a qualche amico anche la resistenza di una città che intendere restare fedele alle sue radici. Trovo il raduno nazionale dei bersaglieri, la città invasa dalle piume nere e dalle fanfare. 

Quanti sono?, domando seduto al Falco Grillaio, trattoria che mi sta imbandendo con generosità pecorino di gravina e salsiccia arrosto, il tutto ben innaffiato dal rosso delle Murge. Dicono 70, 100 mila.

Fuori si scatena la festa nazional-popolare, io sono solo alla seconda domanda: berranno come gli alpini? Poco prima al bar ne ho beccato uno contrariato dalla gradazione alcolica del Lucano. Non ha un amaro più sostenuto? Domanda sua, non mia, a me il Lucano va benissimo.

Io intanto ho già lasciato il Falco Grillaio, ha raggiunto la piazza gremita di bersaglieri di ogni dove e famiglie, pensare che la parata sarà solo domani. Terza domanda: quanti ce ne saranno qui che la pensano più o meno come me?  La folla ondeggia, parte un hip hip hurrà che qualcosa scuote dentro. E quanti galli cedroni ci hanno lasciato le penne, letteralmente? Quarta domanda.

Intanto la fanfara è passata al Piave che mormorava: non passa lo straniero. Qualcosa mi disturba: sarà che mi considero io lo straniero. Quinta domanda: che ci faccio io qui?

Scontata, lo so. Meno scontata sarebbe la sesta: a questa Italia quanto ha da dire, quanto riesce a dire, l’Italia per cui faccio il tifo? Nel frattempo la fanfara attacca Nel blu dipinto di blu, le trombe puntate al cielo.

Scopro di avere i lucciconi, sarà il vino? Applaudo. Viva la Romania, grida un bambino che mi scivola al fianco. Applaudo anche lui. Popolo è davvero una visione relativa. Popolo è qui,  popolo è ciò di cui spesso ci si riempie la bocca. 


I libri fanno bene all’ospedale

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Firenze, anzi, Bagno a Ripoli, ospedale di Ponte a Niccheri. Fuori è già primavera, ma in corridoio, nelle stanze dei ricoverati non sembra. L’umore è decisamente basso.

Poi, guarda caso, dal corridoio sbuca il volontario con un carrettino pieno di libri. Sono volumi della vicina biblioteca comunale, che fa servizio anche in corsia, per chi è costretto in un letto di ospedale.

Si avvicina ai pazienti, chiede con premura se si ha voglia di leggere. Poi suggerisce qualche titolo. Sì, ci sono anche i romanzi di Camilleri.

Non sarà niente di che, eppure è come se attraverso le finestre filtrasse un raggio di sole. Provo orgoglio per una sanità dove c’è posto anche per questa attività e gratitudine per chi ha scelto di fare volontariato portando libri in un posto come questo – sarebbe lo stesso certo anche per un carcere o una periferia.

E sono sempre più convinto che i libri, sì, i cari vecchi libri, possono essere compagni preziosi persino nei momenti più difficili….