Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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E della Polonia voi che ne sapete?

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Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire.

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chisi contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così.

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi,, Fusta editore 2018)

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Quella latteria ai piedi della latteria

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Mettete una vecchia latteria sociale, a cui un tempo gli allevatori della zona portavano ogni giorno il latte, per fare un formaggio che aveva anche il sapore della comunità. Aggiungete un’associazione che di questo posto si prende cura, perché se la produzione della latteria ormai è finita da molti anni, la struttura funziona come luogo della memoria, come possibilità didattica per gli studenti, come sede di incontri.

E’ tutto questo Casel de Celarda, una di quelle realtà così periferiche e minuscole che è facile passino inosservate, solo che il nostro paese, anzi, il meglio del nostro paese, è fatto proprio di queste realtà.

E dunque ecco che una sera capito proprio qui, grazie agli amici di Avventure nel Mondo. A centinaia di chilometri da casa. Gli Appennini da scavalcare e poi la pianura emiliana e veneta da attraversare tutta, con la successione di capannoni industriali e centri commerciali che non finisce mai di impressionarmi. Quindi il corso del Piave da risalire e infine la vista mozzafiato sulle Dolomiti. Celarda, un pugno di case sotto i monti dalle parti di Feltre più un’importante oasi naturalistica.

Mi hanno chiamato per parlare dei miei viaggi in Europa, quelli che ho raccontato in libri sull’Olanda, sull’Inghilterra, in Polonia. Qualche foto a scorrere alle spalle, le mie parole a proporre storie e soprattutto a divagare. Mi stupisco che ci siano persone che stasera vogliono ascoltare le mie parole.

Fuori il rumore dell’acqua che per secoli ha messo in movimento le pale del mulino. Fuori le ombre della sera che si distendono su tutta la vallata.

Potrebbe essere un salotto di casa. E mi sento come a casa. Però nello stesso tempo mi riscopro cittadino di Europa, cittadino del mondo. I fiumi di Europa e questo torrente che per tutta la notte mi terrà compagnia col suo mormorio.


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In movimento con le Donne in Corriera

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Si chiamano Donne in Corriera e il nome già mi piace molto, ma ancora più bello è quanto fanno, nella loro Puglia e in giro per l’Italia. Ho la fortuna di averle conosciute, di essere stato più volte invitato a loro incontri – l’ultimo a Bari l’altro giorno per presentare Il sogno delle mappe alla libreria Laterza – di condividere con loro alcuni progetti e ora – che orgoglio – anche di esserne diventato socio onorario.
Nasce nel giugno 2011, da un gruppo di amiche, questa associazione culturale: come naturale evoluzione dell’amore per la lettura – spiega il sito – che le aveva già unite da tempo durante serate ove ciascuna sottoponeva brani di libri famosi o solo piaciuti, ispirati ad un argomento prestabilito.
E col tempo quante cose: incontri in libreria, ma anche visite in biblioteca – una caratteristica dell’associazione è proprio la ricerca dei luoghi del libro, mi sembra importante – i viaggi alla scoperta dell’Italia culturalmente più affascinante, i ponti lanciati ad altre realtà per condividere e costruire insieme….
Senza la parola, senza la scrittura e senza i libri non si dà storia, non esiste l’idea di umanità.  E’ la frase di Hermann Hesse che saluta chi va a trovare queste donne, queste amiche, sul loro sito.
Vi invito ad andarci e non aggiungo altro, se non la convinzione, ogni volta che ritorno da Bari, che l’Italia sia molto migliore di quanto ci tocca dipingerla: grazie a realtà così, grazie alla rete invisibile che un giorno le unirà.
bologna


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Portando in giro il sogno delle mappe

“Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin.

Ci sono i mappamondi su cui ancora oggi i bambini sognano e ci sono i sogni che le mappe dei sentieri alimentano in ogni camminatore, non importa di quale età. Ci sono gli antichi atlanti di un mondo che attendeva di essere scoperto e ci sono le carte che ancora oggi accompagnano il viaggiatore, nell’epoca dei Gps e e di Google Earth.

Malgrado le tecnologie digitali e una geografia di cui si vorrebbe fare a meno continuano a sedurre, emozionare, narrare.

Le mappe sono la nostra isola del tesoro, e in esse è ancora possibile ritrovare noi stessi e i nostri viaggi. Io ho provato a raccontarle in questo mio piccolo libro – Il sogno delle mappe – uscito in queste settimane per la Piccola filosofia di viaggio di Ediciclo.

Ricomincio a girare l’Italia, in molte librerie. Per parlare insieme di mappe e dei loro sogni.

meister

 

 


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A Letterappenninica come la sera in un’aia

mulinodivasco

Si dice che i festival ormai sono troppi,  che affollano i calendari degli eventi e si succedono senza molta fantasia. Sono come un circo sempre in movimento, più o meno con gli stessi nomi e gli stessi numeri.

Vero, certo, se si pensa a festival che sgomitano per proporsi come grandi eventi. Falso, se si pensa a eventi che cercano un’altra misura e che soprattutto si fanno forti di buone radici, di sentimenti genuini, di voglia di costruire o rinforzare comunità – mettendo insieme abitanti, ospiti, viandanti.

E ce ne fossero di più di festival così. Ne avremmo bisogno in ogni nostro borgo che ancora vuole immaginarsi un suo futuro, in ogni montagna che non voglia arrendersi all’abbandono.

In queste settimane ho avuto modo di conoscerne diversi. A volte per presentare un mio libro, a volte solo per ascoltare e condividere qualcosa. Non sono mai ritornato in città a mani vuote. Semmai ho dovuto mettere in conto un certo sentimento di invidia: sarà che piacerebbe anche a me sentirmi parte di una squadra capace di mettere in movimento idee e passioni.

Così ho ancora negli occhi una serata a Letterappennica – tra tutti il festival che più mi ha emozionato e convinto. “Uno di quei tanti ruscelli che solcano i pendii di una montagna nei mesi del disgelo – così ne parla Federico Pagliai, scrittore e uomo di montagna, che ne è l’ideatore – Nato dalla volontà di un risveglio, dall’interesse di un gruppo di uomini e donne per la montagna appenninica, per la vita di migliaia di borghi aggrappati ai crinali e dalla passione per la cultura in generale”.

E allora ecco l’Appennino che è il mio Appennino, tra Cutigliano e Fiumalbo. Ecco una sera a Pian degli Ontani, il luogo di Beatrice, la mia Beatrice, la poetessa analfabeta che anni fa ho provato a raccontare e che ci testimonia che la poesia non è parola scritta, è prima di tutto moto del cuore. Ecco un posto magico, il Molino di Vasco, prova provata che si può scommettere ancora sulle tradizioni e i mestieri di una volta, in questo caso la macina a pietra delle castagne e i grani antichi. Ecco persone amiche, colleghi come Mauro Banchini e Sara Bessi. Ecco sopratutto le parole, che mi uniscono a tanti altri che non conosco, ma che pure non sento estranei.

Parole coccolate dalla luce bassa nella sera e dalla leggera brezza che si è alzata, magnifico regalo dopo tanto sudore in città.

Letterappennica: se volete saperne di più andate sul sito, guardate il programma dell’edizione che si è conclusa, fateci un pensierino per il prossimo anno.
Io mi sono sentito come in un’aia di una volta, quando ci si ritrovava a frescheggiare e a raccontarsi storie.

Vai a sapere, magari il prossimo inverno ci incontreremo a veglia davanti a un camino. Sempre con la montagna dentro, qualche storia sulla lingua e la voglia di fare di questi crinali sentieri che ci uniscono.

 

 


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Conoscersi e ritrovarsi a Perlamora

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Sì, la stanchezza è tanta dopo notti in cui lo scirocco ha rubato il sonno, ma male che vada per un po’ mi affrancherò dal terribile bollore della notte fiorentina.

Sembra strano un festival di cultura in un posto così, buono per i tedeschi o per gli inglesi che sanno cosa scegliere per le loro vacanze tra le colline toscane: borghi d’arte e piscina, campagna e cantine. Ma chi ci sarà mai per parlare di passi e parole, in una serata così, in un posto così?

Perlamora, tra Valdarno e Chianti, un posto da scoprire. Centro culturale storico agricolo, così si definisce sul suo sito: e già questo fa capire che non si tratta del solito splendido agriturismo. Benché certo, se volete tranquillità, ospitalità, buona tavola, qui la troverete.

Ma Perlamora da undici anni è anche un bel festival che si sgrana per tutta l’estate fino all’autunno, con tante idee e tanti ospiti: diversi li ho incontrati in altri festival – perché a un certo punto succede che ti metti a viaggiare di festival in festival e  in questo modo scopri un’altra Italia – alcuni sono anche amici.

Perlamora, tra le altre cose, è questo incredibile anfiteatro  che ha per quinte il Valdarno e il Pratomagno. Grande, ma non troppo da sentirsi come tra persone che si conoscono, a chiacchierare su un prato in una notte d’estate. La brezza accarezza i discorsi e sembra  li porti lontano.

Questa sera si parla del mio Tre uomini a piedi (Ediciclo), ma è evidente che sarà solo un pretesto per parlare di cammini e camminatori. Perché i camminatori sono di tanti tipi e cercano risposte diverse dai loro passi.

E dunque dopo Giorgio Torricelli che ci introduce e ci consegna alle domande della bravissima Giulia Rafanelli – giornalista e social web editor – ci sono Oliviero Buccianti e Daniele Raspini. E’ evidente che loro sono più bravi a camminare di me, che io dei tre sono il pigro, la spina, il mangialasagne. Ma è altrettanto evidente che la passione è comune, che i valori sono gli stessi: perché camminare vuol dire ascoltarsi e ascoltare, vuol dire incontrare, vuol dire rispettare e immergersi in una vita più larga.

Tutti e tre, scopriamo, abbiamo convertito i passi in percorsi di creatività: si tratti delle narrazioni di Oliviero oppure delle fotografie di Daniele. Tutti e tre – e speriamo non solo noi – ci sentiamo come a casa in questa serata.

E quasi mi commuovo quando dal pubblico un volontario del Cai parla di chi si mette in cammino con la vernice bianca e rossa in modo da tenere i sentieri segnati per tutti. O quando una signora si alza per dire: “In fondo state parlando di tempo, state parlando di umanità”.

Ecco proprio così…. E incredibile, tutto questo in poche ore a Perlamora. Succede in serate così, in cui non vorresti non andare più via perché nel giro di poco sono venuti allo scoperto i fili che già richiamano il sentimento dell’amicizia.

A fine incontro sul tavolo c’è  una bottiglia di buon vino, predisposta per altre chiacchiere. E che peccato tocca partire, tocca ritornare alla notte bollente di Firenze. Confidando in altre sere così….

 


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Nel “borgo salotto” scopri ciò che conta

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Poi un tardo pomeriggio d’estate arrivi in uno splendido borgo della tua Toscana, che in tutta la tua vita non hai mai visto: e di questo provi una certa vergogna. Si chiama Castelmuzio, non è distante da posti che dove in questi mesi hai fatto incontri e presentazioni, ma ti colpisce e comprendi subito perché lo chiamino “borgo salotto”.

Mica solo per la piazzetta, dove è una meraviglia starsene seduti, bere o mangiare qualcosa, conversare in un tempo che è diverso. Ma per le strade che sono quelle di una volta e ancora di più per le persone che questo posto lo animano con iniziative e passione. Castelmuzio è un luogo dell’anima, mi dice una di loro, Stella. Capisci subito che non è una frase da depliant turistico.

L’incontro sarà su due miei libri di cammino – Tre uomini a piedi e Per le Foreste Sacre – in cui non staccandomi dalla mia Toscana in realtà ho percepito il senso della lontananza. Ma i libri sono un pretesto, in realtà, per parlare di cose importanti, insieme a Federico Minghi, straordinario interlocutore: il senso del viaggio, l’ascolto interiore, la possibilità di ritrovarsi e nello stesso tempo di ritrovare luoghi e storie, la bellezza che è cultura che viene da lontano, il patto di responsabilità che si stringe con i posti che attraversiamo, e tanto, tanto ancora.

E mentre sei in mezzo delle tue parole scopri che in realtà non stai dicendo niente che le persone che ti ascoltano non sapessero già. E che, per di più, non stiano già mettendo in pratica. Questo incontro non è per spiegare o rivelare qualcosa, ma per riconoscersi e cominciare un pezzo di strada insieme.

Poco prima, due passi per raggiungere una splendida terrazza belvedere, risistemata insieme da cittadini e imprenditori. Da imparare a memoria cosa dice il cartello. Racconta di un luogo voluto e creato da chi crede nei valori della partecipazione, della cura, delle comunità che sanno scuotersi dall’apatia. Di un luogo fatto apposta per trovarsi, per parlare, per tacere, per pensare, per perdere lo sguardo…

Così non sai più se parlare o tacere… Una sola certezza, ancora una volta hai trovato un lembo di Italia migliore di quanto si sappia e si dica. E forse non provi più sorpresa – oramai lo sai – avverto solo un senso di gratitudine.