Passieparole

Girando per l'Italia che cammina e che legge


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L’ambasciatore comincia dal club nautico

marina

Poi si comincia con un altro libro e i libri è difficile che vendano da soli, bisogna andare in giro, presentarsi alle librerie e ai loro lettori, macinare chilometri a volte per vendere poche copie e tornarsene a casa troppo tardi. Succede di domandarsi se valga la pena. 

Va bene, cominciamo: via all’Ambasciatour, come scrive l’amico Patrizio Zurru. Oggi le prime copie de L’ambasciatore delle foreste (Arkadia editore) ono appena arrivate in libreria:  il libro è partito, come una nave ha sciolto gli ormeggi per rotte sconosciute, e ovviamente da questo momento è un po’ meno mio e un po’ più di chi avrà modo di leggerlo.

Cominciamo: e la prima tappa – curiosamente – non è una libreria, ma un posto tutto sommato poco credibile per una presentazione. La organizza Apuafarma, in collaborazione con gli educatori e le farmacie del comune di Carrara. A ospitarmi il bar del Club Nautico di Marina di Carrara, posto bellissimo, che guarda il mare (a proposito della nave) e predispone a nuovi orizzonti, però che c’entrerà mai con un libro?

E vai a sapere se il mio ambasciatore – al secolo George Perkins Marsh – c’entrerà qualcosa con il vero tema della serata, che non è il libro in quanto tale, ma il benessere che i cammini e i boschi possono procurare.

Sorpresa la sala è piena e attenta, non credo di meritarmi tanto. Il taglio dell’incontro mi aiuta e mi sorprende: come un fascio di luce che si accende su qualcosa di cui non ero consapevole nella storia che ho provato a raccontare.

Com me due educatori come Emiliano Ricciarelli e Davide Dell’Amico, innamorati di molte delle cose che hanno dato un senso alla vita di George Perkins Marsh. E con loro  altre persone amiche con cui è stato bello concludere la serata con una pizza e una birra.

Soprattutto mi porterò dietro il ricordo dei due ragazzi del bar, al lato della sala. Tra un caffè e un amaro hanno ascoltato anche loro, presenti come tutti gli altri. Non ero un intruso, ci tenevano a questo incontro. Alla fine, il loro sorriso. Una copia del libro nelle loro mani, una loro maglietta nella mia: Armonia e Altruismo, la scritta sopra. E poi la firma: il Bardelclub.

Dopo l’autostrada, una nebbia fitta come poche volte. Eppure ho intravisto un po’ di luce in più in questo nostro paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Metti un sabato piovoso, in libreria

Metti un sabato pomeriggio di novembre, cielo plumbeo e raffiche di pioggia, tempo che avresti voglia tu di rimanere rintanato in casa, divano e tè con biscotti, figurarsi gli altri. Chi avrà mai voglia di fare un salto in libreria – a Poppi, non a Firenze – per ascoltarti mentre parli di carte geografiche, pulsioni al viaggio, inquieti per definizione come Jack Kerouac? 

poppi

Già, chi avrà mai voglia? E ne varrà davvero la pena?

Poi è andata come è andata: a ulteriore dimostrazione che se non si va non si vede. E che i pronostici sono fatti per essere smentiti. Ne vale la pena se ad accoglierti c’è un posto come la libreria Lina Giorgi e una giornalista capace e appassionata come Rossana Farini.  Se sei dentro un ciclo di incontri organizzato con intelligenza. E se per questi incontri sono state messe in gioco anche alcune idee in più, che perché no, possono valere come buoni suggerimenti anche per altri.

Per esempio la diretta social realizzata dalla testata Casentinopiù. E già, perché non far convivere un incontro reale con uno virtuale, utilizzare il primo a vantaggio del secondo e viceversa, puntando a un gioco che non sia somma zero?

La cosa si accompagna bene anche alla seconda idea, realizzata grazie a una piccola sponsorizzazione. Alla fine di ogni incontro sono estratti a sorte cinque numeri per regalare cinque libri (non quelli oggetto dell’incontro)…. Mica male, è un altro modo di mettere in circolazione libri, di sostenere la libreria, di tenere fino in fondo le persone….

Le persone davvero presenti, mica quelle sui social. Che hanno evitato la pioggia, ma vuoi mettere, forse hanno perso un libro da portarsi a casa. 


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Ne è valsa la pena, per quel segnalibro

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Per cosa ne è valsa la pena?

Comincio a scrivere. Per una libreria che, a dispetto del nome, esiste davvero e ora saprei persino rintracciare su una carta: Atlantide. Per una cittadina come Castel San Pietro, dove succede che diverse persone decidano di cenare alla svelta e uscire di casa per sentir parlare di libri e di montagna: dal sottoscritto, poi. Per Paolo Casadio, lo scrittore che mi ha presentato, subito classificato come potenziale complice di chissà quali imprese. Per questi bravi librai il cui scaffale dei consigli è una meraviglia. Bravi anche perché alla fine mi hanno salutato con una torta di castagne e – udite, udite – con un bicchiere di cagnina – era un pezzo che non ne avevo il piacere.

Beh, anche solo per questo ne è valsa la pena, partire da Firenze nell’ora degli ingorghi, sfidare i Tir in autostrada, mettere in gioco un venerdì sera – non che avessi chissà quali alternative. Anche solo per questo.

Però soprattutto per un segnalibro. Sono passati già alcuni giorni e ancora ci penso e pensandoci mi regalo una sorta di leggerezza. È bello e mette di buon umore con i suoi colori pastello, ma soprattutto spiega una cosa importante. Perché scegliere una libreria indipendente?

Sul retro ci sono diversi buoni motivi, ognuno dei quali per me sufficiente. Perché voglio che il tessuto urbano della mia città resti vivo e animato. Perché così sostengo un’attività locale indipendente che crea lavoro sul territorio. Perché una libreria è un bel luogo da frequentare…. E via di questo passo, a dimostrazione che una libreria non è affatto solo un luogo dove si vendono i libri, ma qualcosa che può cambiare la qualità di vita di un quartiere o di una cittadina.

Però c’è una cosa ancora più bella: questo segnalibro, mi hanno spiegato, non è solo di Atlantide, è il prodotto di una rete di librerie indipendenti che, nata come comunità su Facebook, in questo modo ha battuto un primo colpo.

La parola rete mi piace immensamente: e forse esagero, non è che sia la formula magica. Però vorrei davvero che si mettessero in rete librerie, gruppi di lettura, associazioni culturali e di promozione del territorio, amici dei cammini e della montagna, insomma tutti coloro che in questo modo rendono il nostro paese un po’ migliore o, almeno, fanno sì che non peggiori di più.

Mi piacciono soprattutto le librerie. Sarà che mi ci trovo bene, sarà che è assai di più quanto mi danno che quanto da me pretendono, malgrado i miei acquisti compulsivi. Sarà che voglio bene ai librai e al loro fianco mi sento come il Sancho Panza al fianco del Don Chisciotte di turno, alle prese con i mulini a vento. Sarà che almeno loro ci sono.


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Metti un festival come Libra

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Ci sono festival che mi dispiace chiamare festival, perché insomma,  i festival mi viene da classificarli sotto la voce eventi. Buoni o cattivi che siano, richiamano sempre un palcoscenico e un sipario che si apre e poi si chiude. Ci sono gli autori che parlano dei loro libri, gli artisti che si esibiscono, i presentatori e i moderatori che fanno il loro mestiere,  mentre tutti gli altri sono solo un biglietto, un posto in sala, un applauso o un mugugno.

Poi ci sono i festival che, appunto mi dispiace chiamare festival, anche se non saprei chiamarli altrimenti. Comunque sono un’altra cosa: perché ciò che conta è che alimentano una comunità di persone. Poche o tante che siano, si danno appuntamento e  ritrovandosi ritrovano anche il senso di un luogo e di un’appartenenza.

Ecco, è quello che ho sentito anche quest’anno al Libra, il festival del libro del Casentino. Quasi una provocazione, Libra: che in Casentino, di per sé un posto a parte, rifugge i luoghi più noti e accessibili, per esempio Poppi e Bibbiena, per puntare ai crinali, ai mulini e ai rifugi, ai borghi più remoti. E qui sa proporre autori che hanno molto da dire, ragionamenti di cui abbiamo bisogno come il pane, esperienze che sembrano in grado di restituirci a noi stessi.

Sono felice di aver partecipato alla seconda giornata, in programma a Corezzo, nella splendida e dimenticata Valle Santa.

E così ho camminato per quasi tre ore insieme a tanti che non conoscevo e che pure era come avessi incontrato tante altre volte:  e con loro ho condiviso frasi di Henry David Thoreau e un lungo silenzio che è suonato come un miracolo.

Ho provato gratitudine per quanto stanno facendo gli amici della Cooperativa InQuiete, insieme a un piccolo comune come Chiusi della Verna. Ho ritrovato l’odore delle caldarroste e salutato il tramonto con una birra. Ho chiacchierato di sogni e di mappe, ma soprattutto ho ascoltato. Per esempio le parole sagge di un autore come Claudio Morandini – ricordate Neve, cane, piede ?- che per essere presente è partito all’alba dalla Val d’Aosta e cambiato cinque treni. Ho conversato fitto con un amico e un ottimo scrittore come Michele Marziani, che di Libra è il direttore artistico. La lingua sciolta dal vino, ho condiviso, idee, progetti, possibilità: e vai a sapere se qualcosa non avrà gambe per camminare.

Ho gioito ritrovando amici quali Claudio Jaccarino e Paolo Vachino, con i loro acquerelli poetici. Ho abusato di tortello alla piastra e di salsicce alla griglia. Nella incredibile struttura in legno gestita dalla Pro Loco – evidentemente avvezza a questo e a ben altro – ho goduto di uno straordinario di un gruppo che sui chiamava Fireplaces – folk roots rock dal Veneto, recitava il programma – e incredibile, ha finito anch’io per ballare – non succedeva da 20 anni.

Ci sono festival che dispiace chiamare festival. Sono quelli che poi riporti a casa qualcosa, che sta a metà strada tra la nostalgia e la promessa.

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Parole e canti, una domenica sulla Francigena

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Foto di gruppo sotto Palazzo Chigi. Non a Roma ma a San Quirico, nel cuore della Val d’Orcia, lungo la via Francigena. Foto di gruppo per camminatori sulle tracce degli antichi pellegrini. Foto di gruppo per gente che sa che il cammino è ascolto: di noi stessi, degli altri e persino delle parole custodite dai libri o portate dalle canzoni.

Si comincia. Accanto a me c’è Valentina Pierguidi, ottima guida ambientale: e sulla sua presenza contavo. Ma c’è accanto a me anche un’amica che invece è una sorpresa: Giuditta Scorcelletti, voce magnifica, interprete di canti e canzoni. Chitarra, bastoncini da trekking, libri nello zaino, sorrisi del buonumore, in una giornata che promette bene.

L’occasione è Francigena d’autore una passeggiata letteraria fino a Bagni Vignone organizzata nell’ambito della ottima rassegna I colori del libro – e se ancora non ci siete stati non mancate l’anno prossimo. Chi l’avrebbe detto: siamo un centinaio in questa domenica mattina. A muoversi è un piccolo di esercito che pare annunciare un paese migliore. Avanti, non a caso, ci sono le maglie arancioni degli Scarpe Diem di Torrenieri.

Avanti, ma senza fretta. Tanto ci si ferma subito per godere della bellezza degli Horti Leonini. E dopo uno strappo in salita c’è una splendida quercia ad aspettarci con la sua ombra. E dopo non mancano certo altre occasioni.

Valentina è come ci prendesse per mano quando ci racconta di questa strada e del paesaggio intorno. Io cerco di fare ciò che posso leggendo Erling Kagge e Rebecca Solnit. Giuditta addirittura chiama i lucciconi agli occhi quando in un borgo di antiche pietre regala un Guccini meno conosciuto.

E poi l’arrivo, nell’incanto di una piazza dove sono le bancherelle dei libri a farla da padrone. Michele Taddei  ci racconta di quale gesto sovversivo sia il cammino, nel mondo d’oggi, io  concludo con i versi dal Preludio di William Wordsworth. Giuditta ritorna al suo disco sulla splendida Violeta Parra e ci saluta con .

Che volere di più? Ragnatela di emozioni, nei passi per un’altra Italia.

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Sulla Via Ghibellina, tutti insieme

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Ce la farò? E come? Mi fermerò a metà strada, suprema onta? O arriverò che non sarò più in grado di mettere due parole in fila, proprio quando i passi lasceranno il posto alla conversazione sui libri?

Ecco, è con questo spirito che l’altro giorno mi sono presentato al ponte da Verrazzano, per affiancarmi agli amici della splendida Compagnia dei Pellegrini Erranti. Nell’ambito del primo Festival del Viandare mi hanno coinvolto in una giornata di cammino e lettura, da Firenze a Rignano sull’Arno. Qualcosa come 25 chilometri con diverse salite e salitelle – e io da un mese sono fermo, transito dalla sedia del computer al divano, tra afa e zanzare.

Ma sì proviamoci, è una vita che voglio raggiungere Rignano a piedi, prima tappa della Via Ghibellina.

Passano i chilometri, il sole comincia a battere e la chiazza di sudore sulla maglietta si allarga. Però, incredibile, la preoccupazione di non arrivare in fondo è svanita. Trattengo anche la domanda che a volte si fa litania: quanto manca?

È che sto bene, mi trovo bene. Fa questo, il cammino insieme ad altre persone, scatena onde di empatia. Le persone possono avvertirsi amiche anche se si sono appena incontrate per la prima volta, nei passi fianco a fianco, senza essersi presentate. I nostri corpi si fanno corpo che condivide stesse sensazioni: e non importa se di tanto in tanto è preferibile restare indietro e ascoltarsi.

Leggo. Una pagina da Camminare di Erlin Kagge, un’altra dalla Storia del Camminare di Rebecca Solnit, poi tento un ragionamento sulle relazioni che il cammino innesca, partendo dal mio .

E c’è il momento del panino sul ciglio del sentiero, il momento della discesa quando le gambe pesano come sassi ma la meta si lascia annusare. C’è il momento in cui una persona che non hai mai visto prima ti si affianca e, sorpresa, comincia a raccontare di cose fin troppo importanti, che chiamano in casa l’essenza della vita e della morte. E ti sembra incredibile che qualcuno si confidi in questo modo, eppure allo stesso modo ti sembra tutto così normale. Quello che semplicemente deve succedere, tra persone in cammino.

Per non dire dopo. Con le persone sedute in cerchio – i libri dopo il cammino. Con un pranzo sull’aia e i canti intorno a un falò. Sono proprio io? Questa è l’Italia?

Stanchezza, lampi di felicità nel giorno che finisce.

 

viandare

 

 


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Sognando con Verne, dalle parti di Mantova

verneMaestro, quanti sogni avventurosi | sognammo sulle trame dei tuoi libri! | La Terra il Mare il Cielo l’Universo | per te, con te, poeta dei prodigi, | varcammo in sogno oltre la Scienza.

Così scriveva Guido Gozzano, rendendo omaggio a Jules Verne e soprattutto accarezzando quel ragazzino che, con le sue letture, scioglieva gli ormeggi per l’avventura. Poeta dei prodigi, lo chiamava Guido e di tutti i prodigi che mi potrebbero venire in mente proprio questo mi sembra il più bello, il poter volare lontano su ali di carta.

Accanto ce ne aggiungo uno piccolo piccolo, ma che è capace di di destarmi un sentimento di gratitudine, sarà che anche così vedo un’Italia che è assai meno brutta di quella che scorgo ogni giorno nei Tg.

E’ bello pensare che c’è chi ha pensato e poi organizzato una giornata dedicata a Jules Verne e ai suoi viaggi. Soprattutto perché non si tratta del solito convegno, ma di un’occasione per ritrovarsi insieme, cultori ma anche semplicemente curiosi, soprattutto sognatori. In un posto che non è un auditorium, ma una foresta che non conosco, e che mi dicono bellissima. Quel giorno – sabato primo settembre – ci saranno biciclette e mongolfiere, libri e laboratori di teatro, chiacchiere e pasti in compagnia.

Vulcani e isole misteriose, spedizioni sulla luna e al centro della terra, oceani e giungle, su quante cose potremo fantasticare. Come io sono abituato a fare sulle carte geografiche, che sotto i miei occhi sanno diventare libri dei sogni.

Per il programma guardate qui, nel sito della Cooperativa librai mantovani. Son buon cibo per la mente giornate così, per guardare oltre, per immaginarci persino un altro paese.